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Da Kerouac al Danubio

I ragazzi del dopoguerra hanno sognato le praterie dell'Ovest e Hemingway, adesso Salvini li vuole portare in mezzo alle brume del Danubio e nella steppa sovietica. (Foto: vita notturna a Budapest)

di Ernesto Trotta |

Da ragazzi sognavamo i paesi della libertà, l’America dei grandi spazi, di Hemingway e Kerouac, di Gershwin, Parker, Davis e Coltrane, dei fratelli Kennedy e del reverendo King, delle possibilità per tutti, oppure l’austera Inghilterra coi suoi Lord, le sue bombette nella City, la sua spocchia ex-imperiale, ma anche la sua storia millenaria di diritti e regole, della Magna Charta, ed ora la “swinging London” con la sua nuova musica rivoluzionaria, oppure la Francia liberata e libertina, coi suoi poeti maledetti, i cantautori, gli esistenzialisti, la proverbiale leggerezza e spensieratezza dei costumi, o l’Olanda di Amsterdam, del fumo e Piazza Dam.

Non la Spagna ancora oppressa dal franchismo, nemmeno la Germania, su cui gravava ancora un po’ di residuo sospetto, dopo gli immensi disastri combinati nella prima metà del secolo.

Le nostre menti vivaci di giovani del dopoguerra erano attratte soprattutto dai Paesi che erano rimasti indenni dal cancro delle dittature e che avevano saputo preservare i principi democratici, liberali, solidaristici, su cui si era appena costituito il germe dell’Europa Unita.

Qualcuno in verità guardava ad Est.

Ma erano perlopiù abbagliati dall’ideologia, dall’utopia rivoluzionaria, dal mito del comunismo, abbagliamento che tanti disastri avrebbe combinato negli anni Settanta ed ancora negli Ottanta.

Oppure erano quelli che andavano lì con le valigie piene di calze di nylon, da scambiare con un facile sesso.

Dell’Ungheria e della Cecoslovacchia conoscevamo la resistenza alle invasioni sovietiche, Ian Palach, i carri armati russi per le strade. Della Polonia seguivamo le lotte di Solidarnosc, Lech Walesa e un Papa battagliero che, insieme a Ronald Reagan, fiero destrone repubblicano, stava sferrando colpi micidiali e definitivi all’impero sovietico.

Speravamo comunque che prima o poi anche loro avrebbero potuto riconquistare quelle libertà che per noi erano ormai scontate.

Provavamo solidarietà, seguivamo con attenzione, attendevamo tempi migliori per loro.

Che finalmente arrivano: dal 1989 in poi crollano i muri e il Patto di Varsavia, e tutti noi speriamo in una nuova e duratura primavera per quei Paesi dell’Est liberato.

Turbolenza sociale, fermenti liberali, popoli a lungo oppressi, che si riscoprono artefici del loro destino. Una speranza di aria fresca per tutta l’Europa.

E poi la Germania riunificata, la fine della DDR e della Stasi.

Non è durato a lungo.

Già la fine della Jugoslavia titina dava la stura a mostruose tensioni latenti, a feroci guerre civili, dove secoli di divisioni mai ricomposte esplodevano in una ferocia e una violenza senza fine e senza senso.

In tutto l’Est, piano piano, antiche e mai sopite pulsioni nazionaliste, orgoglio slavo, integralismo religioso, voglia di nuova egemonia, insofferenza per il diverso spingevano molti Paesi su una deriva autoritaria, intollerante, francamente indegna delle tradizioni europee.

Neanche l’ingresso nella Comunità, persino troppo pronta ad accogliere le adesioni, anche per non trovarsi di fronte ad eventuali ritorni di fiamma dell’egemonismo russo, riusciva a normalizzare lo scontro politico in quei paesi ed impedire il prevalere delle forze più reazionarie.

Che infatti oggi sono prevalenti: in Polonia, in Ungheria, in Cechia, in Slovacchia vincono, anche con grande seguito popolare, forze politiche che nulla hanno da spartire con la cultura europea, con la cultura occidentale, con le tradizioni liberalsocialiste del nucleo storico della Comunità Europea.

Sembra tutta un’altra Europa, con nostalgie austroungariche, con miti e feticci di altri tempi, con idiosincrasie patenti verso la civiltà occidentale, tollerante ed accogliente.

Ed è proprio a quest’altra Europa che ci stanno consegnando i nostri due campioni della nuova Italia del cambiamento.

Altro che America (tanto lì c’è Trump), altro che Inghilterra (anche lì non si fanno mancare nulla, dalla Brexit a Boris Johnson), altro che aneliti di libertà, di sviluppo, di integrazione, di progresso comune.

Viktor Orban e Andrej Babis, nuovi idoli della nuova cultura europea.

Ce li abbiamo entrambi qui, oggi 28 agosto, a ricevere l’investitura dal nostro nuovo Governo gialloverde. Maschio confronto sulla durezza dei rispettivi musi, sottolineatura delle comuni volontà eversive nei confronti di quell’Europa di smidollati di Bruxelles, sanguisughe che si nutrono della pura linfa vitale delle nuove generazioni, bianche, fiere, cattoliche, rispettose delle tradizioni, anche se sono un bel po’ lorde di sangue.

Ragazzi cari del 2018, cominciate a sognare un nuovo impero dell’Est, lasciate perdere quei fighetti un po’ finocchi dell’Erasmus, un nuovo ordine europeo si prepara.

Che importa se è promosso da chi orgogliosamente vive di debiti e di sovvenzioni? Tutto dovuto.

E ditelo a Merkel e a Macron: “Voi avete smesso di scannarvi sul Reno, ma noi qui resisteremo sul Danubio e con manovra avvolgente l’Italia gialloverde vi colpirà alle spalle. E non dite che non vi avevamo avvertito!”

ET