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Italia-Francia, la lezione di De Gasperi

Il primo ministro italiano rappresentava un paese sconfitto che aveva fatto la guerra dalla parte sbagliata. Ma ottenne tutto.

di Giuseppe Turani |

Tempo di tensioni con i cugini francesi. Inevitabili?

Forse no. Proviamo a fare un salto indietro nel tempo, alle ore 16 del 10 agosto 1946, conferenza di pace di Parigi. Alcide De Gasperi, primo ministro italiano, rappresenta il nostro paese, di fronte a lui i 21 paesi vincitori del conflitto. Ecco l’inizio, memorabile, del suo discorso: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Ho il dovere, innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano”.

E poi, abilmente, rivolta la frittata: ma io sono qui a rappresentare l’Italia antifascista, cristiana, l’Italia di Giuseppe Mazzini. E si spinge fino a chiedere un seggio all’Onu per l’Italia, con un filo di ironia aggiunge: anche se magari sarà necessario indossare il saio del penitente.

Come si sa, alla fine l’Italia ottiene tutto: gli aiuti internazionali, il seggio all’Onu, e i trattati istitutivi dell’Unione europea verranno firmati a Roma.

Poi, il miracolo economico che di fatto disegna l’Italia che conosceremo per decenni e che in gran parte è ancora presente.

Quel discorso di De Gasperi, facilmente recuperabile in Rete, letto di fronte a 21 nemici con i quali c’eravamo sparati fino a pochi mesi prima, non contiene una sola parola di rivalsa, di ripicca, di rampogna. Semplice e pulita esposizione di un paese che aveva sbagliato, ma che voleva cambiare pagina.

Tutto questo che cosa ci insegna? Che in politica estera e nei rapporti fra Stati l’esibizione dei muscoli, la rissa, il rivangare vecchie storie non serve a niente.

De Gasperi, in una situazione in cui sarebbe stato logico attendersi zero concessioni all’Italia, come potenza belligerante (e sconfitta), riuscì invece a portare a casa tutto e poi a lanciare il miracolo economico. Tutto merito dei “saio del penitente”? Forse no.

Ma certo tutti hanno apprezzato in quella sala la mancanza di iattanza e il sincero desiderio di un grande paese di chiudere un capitolo fra i più amari della storia.

Certo, De Gasperi era De Gasperi, uno statista vero.

(Da QN dell'11 febbraio 2019)