Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Primo Piano

Gialloverdi alla scuola di Harry Potter

Forse sperano di risolvere tutto con la magia. Ma l'Italia non è una saga fantasy: il lieto fine non è scontato.

di Francesco M. Renne |

Se non fosse preoccupante, per l’economia del nostro paese e quindi per noi tutti, ci sarebbe da divertirsi ad osservare ciò che sta accadendo.

L’andirivieni quasi quotidiano (con una frequenza abnorme anche per un Paese non certo abituato, nemmeno in passato, ad una classe politica esente da improvvisatori) di personaggi privi di qualsivoglia apparente bagaglio tecnico-istituzionale scandisce ormai l’era gialloverde: \dal parlamentare che, in un discorso in Aula, afferma “le norme penali devono essere vaghe e al tempo stesso tassative”, ad improbabili pseudo-economiste/i filogovernative/i adottate/i in tv; dalla Parlamentare dei “bonifici con l’elastico” che ha incolpato il fidanzato poi scagionato dai giudici, ai numerosi parlamentari alle prese con la trasparenza imposta alle loro note spese; fino al tira e molla, tutto intra-governativo, sulla TAV “sospesa” perché vi è “rischio corruttele nelle grandi opere”, però (in)coerentemente contestuale alla “fuga in avanti sulla via della seta” che comporta più facile accesso cinese alle nostre infrastrutture (anche finanziarie). Il danno d’immagine che ne deriva, per chi vuol guardare in faccia la realtà, sta ormai per essere superato dai conseguenti (e più dolorosi) danni economici.

La sicurezza imbarazzata (che invero parrebbe a volte più un’imbarazzante sicumera) del premier, dei due vicepremier e del “sottobosco” governativo vario che parla all’opinione pubblica, sembra sempre più andare ad infrangersi sugli scogli dei numeri dell’economia reale, quasi ad evocare l’immagine degli studenti della “Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts” che, ancora non pienamente padroni degli insegnamenti ricevuti, provavano le loro arti magiche causando (quasi) sempre alcuni guai collaterali.

Il fatto è che - qui, ora - non siamo in una saga fantasy, e il lieto fine non è affatto scontato.

Abbiamo sul tappeto (a parere di chi scrive) tre problemi su tutti. Tre “ostacoli” sui quali occorre decidere; in fretta, anche. Tre “ostacoli” che presuppongono strade alternative da percorrere che incideranno, in funzione di ciò che verrà deciso, in maniera importante sulla nostra economia. Tre “ostacoli” su cui il rischio di infrangersi - per la nostra economia più che solo per la credibilità dell’attuale compagine governativa - è (molto) alto. Tre “ostacoli” poco rappresentati sui media e (soprattutto) dalle attuali (deboli) opposizioni.

Il primo di questi “ostacoli” è costituito dai (principali) due “buchi” nel bilancio pubblico: il disinnesco delle clausole di salvaguardia IVA e il rispetto delle previsioni legate alle dismissioni di beni pubblici. Fanno quasi 53 miliardi le prime (23 nel 2020, 29 nel 2021), da disinnescare (se si vuole evitare l’aumento delle aliquote IVA e il conseguente impatto negativo sui consumi) con nuove coperture (non “a deficit”) da decidere “entro” la prossima Legge di Bilancio. E 18 miliardi le seconde, da realizzare (o trovare misure alternative) tutte nel 2019.

Il secondo di questi “ostacoli” è costituito dal deterioramento dei dati economici fondamentali. Certo, non “solo” italiani; ma in questo caso il “mal comune” non è da intendere “mezzo gaudio”, poiché il nostro rallentamento economico è (già ora) più marcato e perché la (poca) crescita di questi ultimi anni (prima di ricadere in recessione sul finire del 2018) è stata sostenuta dalle esportazioni (con buona pace dei tifosi no-euro), quindi dal trend economico internazionale che ora pare andar scemando. La stima della nostra crescita si è ridotta dall’iniziale +1,5 per cento governativo (contenuta nel DEF e definita a suo tempo “prudente” dal senatore Bagnai) al +0,6 per cento di inizio anno (Ufficio Parlamentare di Bilancio, Banca d’Italia), al +0,2/0,4 per cento di alcuni osservatori finanziari, al recentissimo -0,2 per cento dell’Ocse.

Il terzo, infine, è costituito dall’impatto, sulla nostra economia, dovuto all’avverarsi di alcuni fattori geopolitici esteri, cui dovremmo (rectius, dobbiamo) arrivare preparati (e, a differenza di altri Paesi, non lo siamo, ancora). Da un lato, le conseguenze di un (sempre più possibile) “no deal Brexit” (il termine ultimo per un accordo - o per l’estensione del periodo transitorio ex art. 50 del Trattato - con la UE scade il prossimo, ormai dietro l’angolo, 28 marzo) sul volume degli scambi italo-britannici (dogane, dazi, regole IVA, licenze farmaceutiche, finanziarie e dei trasporti) e sulla tutela dei consumatori (nonché dei nostri cittadini nella terra di Albione) sono ancora sottovalutate e, soprattutto, non sono ancora state compiutamente normate (almeno ufficialmente, ad ora; vi sono invero, acquisiti, solo un “comunicato” governativo “generico” in tal senso e un paio di provvedimenti autonomi di Consob e Agenzia delle Dogane).

Dall’altro, il “cambio di guardia” al vertice della BCE, dove Draghi, nonostante l’ultimo “colpo di tacco” con cui ha “ipotecato” (con un nuovo Tltro, programma di acquisto titoli per sostenere l’offerta creditizia, ad autunno 2019 e sino al 2021, oltre che con le sue affermazioni su tassi bassi fino al 2020) la politica monetaria dell’eurozona, è in scadenza quest’autunno. Banche e economia reale dovrebbero essere messe in condizione di “rafforzarsi” prima dell’avvento di un nuovo vertice a capo della Banca Centrale, presumibilmente più “falco-tedesco” dell’attuale.

Invece di affrontare (con trasparenza, almeno) questi “ostacoli”, al Governo e nelle cronache giornalistiche quotidiane (“andirivieni” citato all’inizio, a parte), ci si gingilla con lo sfogliar la margherita su “TAV sì / TAV no”, con la “legittima difesa che già c’era”, con la “artefatta spada di Damocle” dell’autorizzazione a procedere nel giudizio sui “porti chiusi ma mai chiusi” e infine con il “risiko” su parecchie nomine pubbliche (tra le quali le non indifferenti Istat, Inps, Consob, Banca d’Italia) nel mentre si lanciano (improbabili) bandi pubblici per “consulenze specializzate gratuite” (poi prontamente regredite a “confronti accademici”) a favore del Ministero dell’Economia. E ci si gingilla con tutto ciò, semplicemente perché si vuole aspettare lo snodo delle elezioni europee (e sperando, tramite queste, ciascuno nel proprio successo, invece che nel successo del Paese).

Insomma, tornando alla metafora iniziale, quasi sperando che qualche “inconsapevole magia” risolva tutto d’un tratto le cose, spianando gli “ostacoli” che ci si parano di fronte.