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Il risveglio di Tria

No patrimoniale: fa male solo parlarne. No flat tax.

di Giuseppe Turani |

È abbastanza buffo (ma forse no) che l’unica persona con un po’ di buonsenso in questo governo di sbandati in cerca di un mestiere sia Giovanni Tria. Ha portato pazienza per lunghi mesi, sopportando l’ironia di mezzo mondo. Poi si è stufato e ha detto le cose come stanno: qui non c’è nessun boom. Anzi, va sempre peggio.

Di recente ha aggiunto ancora qualcosa. La flat tax, tanto desiderata da Salvini e dal suo consulente bancarottiere, si può anche fare, ma presenta due problemi: costa un’enormità di soldi e, in ogni caso, deve essere progressiva.

E qui viene da ridere davvero. Tria sembra essere l’unico in questa banda di ciarlatani a essersi ricordato che non si tratta di una scelta di politica economica: la progressività delle imposte è un obbligo che deriva dalla Costituzione, sta lì da una settantina d’anni e nessuno si è mai sognato di violarlo, vale in tutti i paesi moderni e per bene.

Ma si possono avere una flat tax e la progressività? Si può. Basta giocare con molta intelligenza sulle agevolazioni fiscali. Si tratta, in pratica, di ridisegnare il sistema fiscale italiano e il complesso degli aiuti alla popolazione. All’istituto Bruno Leoni hanno pronto da mesi un progetto molto dettagliato. Hanno anche spiegato, però, che servono almeno 5 anni per adeguare tutta la legislazione. Ma Salvini vorrebbe fare tutto in tre giorni per arraffare l’ultima manciata di voti: non si può, si dovrà rassegnare.

Tria ha usato anche parole molto dure (finalmente) contro quella banda di cretini (di destra come di sinistra) che insistono per una patrimoniale: fa male anche solo parlarne. Il neosegretario della Cgil, che aveva fatto di questa richiesta l’asse portante della sua gestione, è così servito: solo un demente può chiedere una patrimoniale in un paese che ha una delle tassazioni più alte del pianeta. Poi, per fare cosa? Investimenti pubblici? Ma la lunga fila di cattedrali nel deserto del Sud non basta ancora a Landini?

Se il più grande sindacato italiano si diverte con queste scemenze già vecchie negli anni ’50, allora è meglio chiudere: da quella parte non può arrivare niente di buono.

Detto questo, rimane il problema del paese. Di un paese che in vent’anni non è riuscito a realizzare un aumento significativo della propria efficienza. Oggi la produttività del sistema Italia è di fatto uguale a quella di 18 anni fa. Tutti gli altri sono andati avanti. Noi no.

Forse bisognerebbe partire proprio da qui.