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Il nuovo statalismo gialloverde

Invece di dare via libera al mercato, pensano a aumentare il peso dello Stato. 

di Giuseppe Turani |

La crescita italiana nel secondo trimestre si è arrestata a zero. Stiamo facendo esattamente le stesse cose dell’anno scorso. E questo sta convincendo anche i più distratti che la situazione non va. “Houston, abbiamo un problema”.

In realtà, il problema è circa dieci volte più grande di quello che la gente pensa. Infatti, se si guardano le proiezioni-previsioni dei maggiori centri di ricerca internazionale, si vede che nei prossimi dieci anni (più in là non si va) la crescita italiana sta regolarmente al di sotto dell’1 per cento. Mediamente sullo 0,5 per cento annuo, poi intorno allo 0,7 per cento.

In termini più semplici: per i prossimi dieci anni i vari centri di ricerca internazionali ci assegnano un profilo di bassa stagnazione. Cosa accade dopo non è dato sapere, ma, viste le premesse, c’è da essere pessimisti: non si intravedono infatti cambiamenti.

In termini ancora più chiari: questo paese, anche se il mio amico De Rita del Censis è ottimista, sta declinando e non si vedono svolte. Se in passato siamo stati una felice novità, non è più così. I trattati istitutivi dell’Unione europea vennero firmati a Roma (e sono chiamati “trattati di Roma”) proprio in omaggio alla nostra fortissima e sorprendente ripresa economica dopo le distruzioni della guerra.

Oggi non è più così. Oggi siamo il vagone lento dell’Europa. Quello che riuscì a un paese per il 90 per cento contadino e analfabeta sembra che non riesca alla settimana potenza industriale del mondo, con alti tassi di scolarizzazione.

Oggi si discute di qualsiasi cosa (compresi i panini per la merendina degli scolari), ma non delle cose essenziali.

E le cose essenziali sono che il paese è stagnante da una ventina d’anni, e lo sarà almeno per altrettanto nel futuro, perché da qualche parte c’è un errore.

Errore non difficile da individuare. Da un paio di decenni la produttività italiana non cresce. E non cresce perché non ci sono stimoli, esiste una burocrazia soffocante, e una tecnica dell’arrangiarsi (qualche contributo, una piccola truffa…). In realtà, il paese vive sulle spalle del Quarto Capitalismo: 4-5 mila aziende di medie dimensioni, dinamiche, molto orientate all’esportazione. Se oggi siamo ancora qui, settima potenza industriale del mondo, lo dobbiamo a questo gruppetto di imprese.

Ma tutto ciò è oggi in pericolo. La maggioranza di governo, invece di essere pro-mercato, pro-concorrenza e competitività, sembra orientata verso un nuovo statalismo.

Questo dipende da ignoranza e da non conoscenza delle storie italiane. L’Iri (di proprietà pubblica) ai suoi tempi è stata una grande invenzione e è stata la più grande holding del mondo occidentale, con oltre 700 mila dipendenti. Venivano fin dalla Svezia per studiarne il funzionamento.

Ma l’Iri è stata soppressa, chiusa per la semplice ragione che era diventato obsoleto e improduttivo, un peso morto.

L’Italia, cioè, ha già fatto l’esperienza dell’industria pubblica e aveva deciso di uscirne. Adesso sembra che ci voglia rientrare.

La strada per la ripresa, invece, va in un’altra direzione. Rivalutare il mercato e gli stimoli che in esso si possono trovare. Eliminare un po’ di vincoli e lasciare che gli spiriti imprenditoriali vengano a galla.

Qui, invece, si vorrebbero stabilire per decreto governativo persino le paghe dei dipendenti.


Da www.tiscali.it del 1 agosto 2019