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Salvini e l'Economist

Un governo più a destra in Europa dai tempi della caduta di Franco in Spagna. Brividi.

di redazione |

A Salvini non importerà nulla dell'opinione dell'Economist. Peccato: è solo la bibbia del mondo degli affari. Pazienza.

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Su Salvini l’Economist la tocca piano: «Farà il governo più a destra dell’Europa occidentale dai tempi di Franco»
(Gianluca Mercuri) Fa venire i brividi l’editoriale scritto di getto dall’Economist per commentare il precipitare della crisi italiana. Di getto, ma ben radicato nei sospetti e nella diffidenza con cui l’establishment europeo guarda storicamente all’Italia, un miracolo d’arte e cultura ma prevedibile solo nella sua inaffidabilità. Da brividi perché, comunque la si pensi su Salvini, è chiaro che — se vincerà — attorno a questo Paese scatterà un cordone sanitario internazionale che, a seconda dei punti di vista, ci proteggerà da noi stessi o ci imbriglierà. Il settimanale inglese passa prima al vaglio le conseguenze dell’ormai prossima caduta del governo Conte: se un’alleanza 5 Stelle-Pd, pur non del tutto impossibile, è da considerare improbabile, un governo tecnico che si faccia carico della legge di Bilancio è invece da prendere in considerazione, anche perché «è una soluzione che Salvini osteggia ma che potrebbe privatamente preferire, visto che lo solleverebbe da una pesante responsabilità». Tuttavia, «l’esito più plausibile è il voto». E qui arriva la frustata. Se anche la Lega non arrivasse a una maggioranza autosufficiente, «potrebbe contare sul sostegno di un piccolo partito estremista di ex neofascisti, Fratelli d’Italia. Il risultato sarebbe dunque un governo più a destra di qualsiasi altro visto in Europa occidentale dalla caduta delle dittature iberiche negli anni ‘70 e con il mandato di applicare uno “choc fiscale” che potrebbe precipitare l’eurozona in una nuova crisi molto prima di rivitalizzare l’economia italiana. C’è da avere paura». Appunto.
Il Sole 24 Ore
Perché in democrazia i poteri non possono essere mai pieni
(Gianluca Mercuri) Ci volevano due ottimi giuristi per spiegare bene «perché Salvini non può chiedere “pieni poteri”». È utile tornare sulla frase pronunciata dal ministro dell’Interno giovedì sera a Pescara — «Chiedo agli italiani, se ne hanno voglia, di darmi pieni poteri per fare quello che abbiamo promesso di fare fino in fondo senza rallentamenti e senza palle al piede (..) Siamo in democrazia, chi sceglie Salvini sa cosa sceglie»: qui la potete ascoltare nel video di Corriere Tv — perché sarà il leit motiv della campagna elettorale. Oreste Pollicino (Bocconi) e Giulio Enea Vigevani (Bicocca), sul Sole definiscono la sortita «uno dei più grandi ossimori costituzionali della narrativa politica italiana degli ultimi tempi». Motivo: «Esattamente perché siamo in democrazia, nessuno può chiedere “pieni poteri” al popolo italiano». Si tratta di grammatica costituzionale, ma pure di storia. «La richiesta di pieni poteri non può non evocare il “decreto dei pieni poteri” adottato dal parlamento tedesco nel 1933, che determinò un’accelerazione verso la dichiarazione dello stato di emergenza e, nei fatti, diede avvio alla dittatura nazista. Ma già un decennio prima, il maestro di Hitler, in una “aula sorda e grigia”, sfidava il Parlamento italiano chiedendo “i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità”». Tranquilli: non è il solito volgare accostamento di Salvini a Mussolini, ma un tentativo (riuscito) di contestualizzazione. «Dietro alla richiesta di attribuzione di pieni poteri vi è un concetto del tutto antitetico alla missione fondamentale del costituzionalismo: essere argine e limite al potere e alla sua concentrazione in capo ad un unico organo». È un concetto settecentesco, ricordano i due studiosi nel citare Montesquieu e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. A loro avviso, la frase del capo leghista rivela «una concezione organica nel rapporto tra potere e popolo» e il fastidio per chi esercita «la funzione vitale di “contropotere”: le opposizioni, per definizione serve dei poteri forti e antipopolari; gli organi di garanzia e i giudici, che prima di contraddire chi comanda “debbono farsi eleggere”; la libera informazione, che ostacola il rapporto diretto tra chi comanda e la massa».