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Un patto (tecnico) per l'Italia

Intesa per sistemare le cose più urgenti e poi a primavera al voto.

di Francesco M. Renne |

UN “PATTO” (TECNICO) PER L’ITALIA

In molti, anche commentatori amici, si stanno cimentando in questi giorni nel provare a spiegare “questa” crisi di governo, atipica nella sua esplosione almeno quanto lo era la genesi del governo Conte, nonché “cosa” sia più giusto fare. Pur (quasi) tutti essenzialmente concordando nell’analisi - l’insostenibile debolezza del governo tricefalo – si dividono però in “cinquanta sfumature di soluzioni” (semicit.), ciascuna asseritamente migliore dell’altra eppure tutte al contempo plausibili, al variare del punto di vista dei singoli vari autori.

C’è chi auspica elezioni autunnali “per fare chiarezza” e chi “per rispetto della democrazia”. Entrambe le fazioni omettendo però che la nostra è una “repubblica parlamentare” dove le maggioranze si formano, appunto, in parlamento (costituzione alla mano) non fuori (che altrimenti – negandolo – non sarebbe potuto nascere nemmeno questo governo).

C’è chi le rifugge “per evitare derive autoritarie”, chi “per mero tatticismo di sopravvivenza (temendo crolli percentuali se si votasse) e chi “per non sfasciare i conti pubblici”. Dimenticando, tutti, che la “deriva autoritaria” vi sarebbe anche “impedendo” elezioni legittime e che i “conti pubblici” sono ormai già “sfasciati” (tenuti assieme solo dal debole “scotch” delle clausole di aumento dell’IVA nel 2020 e nel 2021; già prima presenti ma ulteriormente incrementate da questo governo nell’ultima legge di bilancio). 

C’è chi accusa i primi di essere “insensibili al pericolo incombente” (o di ben volerlo, per ragioni di “potere”, capitalizzando il consenso che si legge nei sondaggi) e chi accusa i secondi di “mero tatticismo” (vuoi per il rischio di non esser più rieletti, vuoi per ragioni di potere nell’esercizio delle prossime nomine – tra cui quella del presidente della repubblica).

C’è poi anche chi chiede che non cada il governo, così da “fargli fare la manovra di bilancio” – di lacrime e sangue, secondo costoro – e “fargli assumere le loro responsabilità”. Sottacendo, però, il rischio (esistente) che la manovra la facciano, sì, ma creando ancor più danni ai conti pubblici e ponendoci, de facto, in una traiettoria “fuori” dall’Europa (e dall’euro).

C’è poi ancora chi, avendo creduto nelle promesse gialloverdi, grida (più o meno in buona fede) al complotto. E chi auspica un ruolo da statista (a scoppio ritardato) del premier Conte. E chi, infine, ha ripreso a elencare gli aumenti fiscali imposti dai governi tecnici, quasi fosse loro colpa e non dei lasciti di quelli precedenti.

Insomma, mai come ora (forse) la confusione (non la moneta!) regna “sovrana”.

Invero, nonostante tutto ciò, a tutti quelli che non vogliono cedere alle sirene del “meglio andarsene”, a tutti quelli che non confondono ancora soluzioni “individuali” (pur legittime) con soluzioni “sistemiche” (oggetto di queste righe), a tutti quelli che non bramano di ottenere il riconoscimento di aver avuto ragione (prima) sulle macerie (che potrebbero restare, dopo), occorre provare a dare una risposta. Almeno a livello di opinione, come una bussola serve per orientarsi (sapendolo fare, certo). E servirebbe farlo da una prospettiva liberale e riformista, ad avviso di chi scrive.

L’unica cosa che veramente andrebbe considerata è infatti chiedersi “cosa” sia davvero “meglio” per l’Italia, “ora”. Niente (più) tatticismi, che ai singoli cittadini non servono (e poco capiscono, forse). Ma nemmeno falsi voli pindarici su scenari impossibili: un governo di lungo periodo, oggi, non è credibile né nel fronte a sinistra con i cinquestelle e nemmeno nel fronte a destra, poiché la “trazione” leghista cannibalizzerà chiunque vi si allei assieme. E invero, è del tutto improbabile che la teoria del “facciamoli sbattere, così impareremo e non cadremo più nella fallacia populista” sia una soluzione sensata (vedasi i recentissimi sviluppi in Argentina) più di quanto non sia (veramente) pericolosa, per i conti postumi delle macerie che resterebbero.

La mossa di Salvini - auspicata da alcuni, attesa da altri, prevista da pochi (comunque meno di quanti se ne intestino oggi il merito) – ha di fatto scombussolato un quadro dalla (purtroppo) scarsa (qualitativamente) offerta politica, ormai quasi tutta assopita dal “tanto non mollano la poltrona” (governo e opposizioni, beninteso). Giocando d’anticipo, ha scelto un’opzione con due risultati su tre a suo favore (questione russia-gate a parte). Se si fanno elezioni subito, capitalizzerà il consenso che oggi gli viene attribuito; se non si faranno, e tanto meno verrà spiegato il perché e quanto più a lungo si rinvieranno, crescerà ulteriormente nei sondaggi e capitalizzerà (di più) in futuro. Solo se si troverà il modo di “vedere” il suo bluff, potrebbe “perdere”.

Gli scenari futuri di un governo (tutto) salviniano, però, sono anch’essi da commentare. Intanto, continuerà con la “strategia parallela”: ora cerca di nuovo un’alleanza con i forzisti, ammantandosi di veste più “seriosamente impegnata” sulle questioni economiche (“l’Italia dei sì”), per riequilibrare i timori anti UE e (soprattutto) anti euro, proprio come prima – quando era vestito da “Lega amministratrice di comuni e regioni” – aveva cercato sponde con (pseudo) economisti no euro per recuperare consensi in quel bacino. Facile pronosticare che l’ambiguità del tenere aperte entrambe le “strade” continuerà anche in futuro, alienandoci ancor più il favore dei mercati (se non giocandocelo del tutto con le mire no euro, se alcuni esponenti di quella frangia venissero investiti di incarichi ancora più “operativi”). E facile altresì pronosticare che il tema “contro i migranti” e a favore dei “porti chiusi” verrà ulteriormente radicalizzato, nascondendo dietro ad esso un maggior “mani libere” alle forze di polizia (il M5S lo voleva fare con i magistrati inquirenti) contemperato da una riforma della giustizia tesa a un suo maggior asservimento alla politica. Che poi – dati alla mano – qualcuno pensi che le sue posizioni economiche possano essere “liberiste”, è tutto dire dell’inconsapevolezza di cosa vogliano dire i termini “liberale”, “liberismo” e “liberalismo” in Italia.

Dal fronte opposto, detto che Renzi e i cinque stelle – sommando le loro due attuali debolezze - provano a reagire con una mossa “tattica” (innaturale tanto quanto questo governo) nel mentre che Zingaretti (e il resto del Pd) chiede si tengano invece le elezioni subito (seppur forse più per “liberarsi” del peso dei renziani in parlamento), denota l’inadeguatezza (strutturale) del fronte delle opposizioni. Il “tradimento” dei grillini e l’incoerenza rispetto ai “popcorn” dell’anno scorso (così come, specularmente, di quelli che teorizzavano prima l’alleanza e ora non la vogliono più) non farebbero altro che rinvigorire lo spirito delle truppe leghiste.

Quindi, meglio elezioni o no? Mattarella non ha un compito facile, ora. Se tutto quanto detto sopra porterebbe a dire di sì, resta il fatto che indire elezioni ad ottobre vorrebbe dire mettere a rischio i tempi per la legge di bilancio, l’interlocuzione con la UE sul DEF e sulla procedura di infrazione e renderebbe probabile il ricorso all’esercizio provvisorio e, quindi, inevitabili gli ulteriori aumenti IVA. 

Resta quindi – ad avviso di chi scrive – solo una via, strettissima, per coniugare il rispetto delle regole democratiche e il cercare di arginare comunque le derive populiste. Un “patto (tecnico) per l’Italia”: un governo “a termine” per stabilizzare i conti pubblici, prevenire tensioni sui mercati, cercare di evitare la procedura di infrazione e (magari) le clausole IVA; e però la certezza del voto, non più tardi della primavera, per confrontarsi (finalmente) sulle proposte (e sui principi), alla luce della verità, così comprovata, dei conti gialloverdi.