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Liliana Segre, numero 75190

Deportata a 13 anni nei campi di concentramento nazisti, il primo maggio 1945 viene liberata dall'Armata Rossa e rientra in Italia.

di Giuseppe Turani |

A otto anni Liliana Segre (1930) viene espulsa da tutte le scuole del regno perché ebrea. La famiglia tenta, a un certo punto, di riparare in Svizzera, ma le autorità di quel paese non concedono l’ingresso. Si nascondono, ma vengono catturati. Quando Liliana ha tredici anni, l’intera famiglia finisce sul famigerato binario 21 della stazione Centrale di Milano: destinazione Auschwitz-Birkenau, campo di concentramento tedesco.

Appena arrivata, viene separata dal padre, che non rivedrà mai più. Affronta la sua prima selezione (chi non è abile al lavoro va nella camera a gas e viene eliminato). Durante la sua permanenza nei campi affronterà ben tre selezioni. Viene destinata ai lavori forzati, fabbrica di munizioni.

Sull’avambraccio le viene segnato il numero di matricola 75190. Alla fine del gennaio 1945 affronta la “marcia della morte”: i russi stanno avanzando e i tedeschi obbligano i detenuti a marciare a piedi, nella neve e nel freddo, verso la Germania perché cercano di nascondere i loro misfatti.

Il primo maggio del 1945 Liliana viene liberata dall’Armata Rossa, che ha finalmente raggiunto il campo di concentramento nel quale si trova. E rientra in Italia, da parenti marchigiani, gli unici rimasti della sua famiglia. Dei 776 bambini inferiori ai 14 anni deportati a Auschwitz solo 25 sono sopravvissuti, lei è una di questi.

Nelle Marche conosce Alfredo Belli Paci, anche lui un sopravvissuto. Si sposano e hanno tre figli.

Le Università di Trieste e di Verona le conferiscono lauree honoris causa.

Il 19 gennaio 2018 (80esimo anniversario delle leggi razziali) il presidente Sergio Mattarella con un suo decreto la nomina senatore a vita “per altissimi meriti in campo sociale”.

Questa, in breve, la storia di Liliana Segre, “un animale ferito”, come lei stessa ha detto.

E che oggi, nell’Italia democratica, i carabinieri siano tenuti a fornirle un servizio di scorta permanente (deciso dal comitato per l’ordine pubblico di Milano) perché ripetutamente minacciata fa orrore.

Ci sarà tempo per capire perché la società italiana si sia così imbarbarita. Ma sin da ora si può affermare che buona parte della responsabilità ricade su coloro che tollerano l’esistenza di focolai di destra razzista.