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L'uccisione del Duce

E' stata un'esecuzione politica, rivendicata dal Clnai.

di Giuseppe Turani |

Alessandra Mussolini, nipote del Duce, ha invitato la senatrice a vita Liliana Segre a stare un po’ zitta e a non fomentare l’odio contro il fascismo, altrimenti da nonnetta buona si trasformerà in strega cattiva.

Alla signora Mussolini serve allora ricordare che Liliana Segre reca tatuato nell’avambraccio sinistro il numero 75190, matricola del campo di concentramento. Dei quasi 800 bambini deportati, di età inferiori ai 14 anni, Liliana è stata una dei 25 sopravvissuti. Ecco, se il nonnino di Alessandra non lo avesse consentito, tutto questo non sarebbe successo. Invece di protestare contro Liliana, la Mussolini farebbe bene a andare al binario 21, Stazione Centrale di Milano, da dove partivano i deportati, con un mazzo di fiori e tante scuse.

Quanto a suo nonno, fucilato in mezzo alla strada insieme all’amante, va ricordato che non fu ucciso da una banda di teppisti delle periferie milanesi e nemmeno da un gruppo di sbandati. È stato il Clnai (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia) che dopo aver emesso l’ordine di insurrezione generale, 25 aprile, accompagnato dal terribile avvertimento di Sandro Pertini ai fascisti: “Arrendersi o perire”, dà ordine al colonnello Valerio di trovare Mussolini e di fucilarlo immediatamente. In quel momento nel Clnai sono presenti tutti i partiti italiani (popolari e monarchici compresi). Tutti ritengono che Mussolini vada catturato e fucilato sul posto.

A tale scopo, avuta notizia che il Duce era stato catturato da una formazione partigiana vicino a Como, si decide di mandare con urgenza a Como il colonnello Valerio (Walter Audisio) con l’incarico appunto di farsi consegnare il Duce e di fucilarlo sul posto.

Come accade in tutti i repentini cambi di regime, anche in quell’aprile del 45 non c’è serenità: ci sono spie a traditori ovunque. Il colonnello Valerio chiede una scorta di uomini fidati.

Si fa avanti allora Maino, nome di battaglia di Luchino Dal Verme, cattolico e comandante partigiano di una formazione comunista (la “Antonio Gramsci”), conosciuto come il ”Conte partigiano” e dice a Valerio: “Ti assegno dodici dei miei uomini, siamo scesi dalle montagne dell’Oltrepò proprio oggi e ci siamo fatti strada con le armi fino a qui. Di loro ti puoi fidare. In montagna nella battaglia di Costa Pelata hanno affrontato i tedeschi corpo a corpo, abbiamo dovuto chiedere anche l’intervento di due bombardieri inglesi”.

Maino, insieme alla formazione di Italo Pietra (futuro inviato del Corriere e direttore del Giorno), sempre dell’Oltrepò, è stato uno dei primi a entrare nella Milano liberata. È un partigiano combattente, da prima linea.

Il colonnello Valerio, con la sua scorta di ragazzi di Voghera, Ponte Nizza e Varzi, parte e va a Como. Vuole arrivare prima di inglesi e americani, anche loro sulle tracce del Duce.

Lo trova, ma i partigiani locali fanno qualche difficoltà, al punto che la sua scorta deve alzare leggermente i mitragliatori. Lo scontro viene evitato e Mussolini viene consegnato.

La mattina dopo, lo stesso colonnello Valerio provvederà a fucilarlo.

Il 29 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, con un suo comunicato alla popolazione, rivendica la responsabilità dell’uccisione di Mussolini.

Quindi nessuna banda di facinorosi, ma atto politico compiuto da quelli che poi avrebbero ricostruito l’Italia.

A Luchino Dal Verme, eroe partigiano, dopo la guerra sono stati offerti vari posti importanti, ma li ha rifiutati tutti. È tornato nel castello di famiglia a Torre degli Alberi e per campare ha messo su un allevamento di polli. La moglie, la contessa, ha aperto una scuola di tessitura per le ragazze della valle.

Questa, Alessandra Mussolini, è l’Italia che ci ha liberati di suo nonno.