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Tlc, una decisione sbagliata

Sulle telecomunicazioni non c'è stato alcun dibattito, e si va nella direzione errata.

di Fabio Colasanti |

Una rete unica per lo sviluppo della fibra ?


Qualche giorno fa, secondo molti media, il primo ministro Giuseppe Conte avrebbe incoraggiato Open Fiber e Telecom Italia (TI) a lavorare assieme per realizzare una rete di telecomunicazioni unica che possa permettere al nostro paese di colmare il ritardo che ha in questo campo.   Nessun politico della coalizione al governo ha contraddetto o precisato le frasi attribuite a Giuseppe Conte.   Le modalità di questa cooperazione non sono state indicate, ma la presa di posizione di Giuseppe Conte sembra mettere fine ad un dibattito che va avanti da moltissimi anni.

Considero la scelta apparentemente fatta dal nostro governo sbagliata.   Devo ricordare di essermi occupato professionalmente di sviluppo e regolamentazione delle telecomunicazioni per più di dieci anni.   Ma quello che mi preoccupa, oltre alla decisione di per se, è soprattutto la maniera poco trasparente come questa sarebbe stata presa.   

Non c'è stato un dibattito pubblico tra i partiti di governo, non ho visto nessuna analisi del problema che portasse ad una conclusione di questo tipo e non mi risulta che esistano delle prese di posizione dei due organismi pubblici dai quali dovrebbe dipendere una cooperazione del genere: l'anti-trust (AGCM) e l'autorità di regolamentazione delle comunicazioni (AGCOM).   La presa di posizione del nostro primo ministro sembra essere il risultato dell'azione di lobbying di Telecom Italia che da molti anni preme in questo senso (avevo criticato la posizione di Telecom Italia su questo punto già in questo articolo del 2013).

La cosa è molto preoccupante.   La decisione di incoraggiare una cooperazione tra Open Fiber (che è contraria; basta leggere l'articolo di Franco Bassanini sul Sole24Ore del 5 giugno scorso) e Telecom Italia (che spinge invece in questo senso) costituisce una decisione di politica industriale molto importante.   Nei prossimi mesi, il nostro governo dovrà prendere molte altre decisioni del genere ed è necessario che queste siano prese sulla base di analisi tecniche rese pubbliche e di una discussione aperta tra i partiti di governo.

Per capire la portata dell'orientamento espresso dal primo ministro bisogna ricordare brevemente la storia dello sviluppo delle telecomunicazioni nei paesi industrializzati e soprattutto in Europa dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso.

La storia dello sviluppo delle telecomunicazioni degli ultimi trenta anni è il risultato di una combinazione molto efficace tra sviluppo tecnico e quadro regolamentare.   L'introduzione – a volte con misure coercitive – di un forte grado di concorrenza in un settore che fino ad allora era stato un monopolio pubblico ha permesso lo sviluppo di sistemi di telecomunicazioni sofisticati e a prezzi molto bassi.

Il punto centrale di questo sviluppo è stato la fine del monopolio di cui godevano i ministeri delle telecomunicazioni sulle attrezzature e sulle linee di telecomunicazione.   Nel caso delle telecomunicazioni mobili si è puntato fin dall'inizio sulla concorrenza tra reti alternative.   Nel caso delle comunicazioni fisse, sono state create delle società di diritto privato, spesso con una partecipazione pubblica, che hanno ereditato le reti dei ministeri.   Per introdurre un grado di concorrenza adeguato in questo settore si è quindi imposto alle società che avevano ereditato le reti dei ministeri di affittare le linee di accesso al cliente individuale (il cosiddetto "ultimo miglio") alle altre società.

Ci sono molti malintesi su cosa sia la "rete" di cui si parla in questo contesto.   La rete usata per la telefonia, la televisione e l'internet è formata dai collegamenti tra continenti, tra paesi, tra città e dai collegamenti dalla centralina più vicina all'abitazione fino al punto nella casa o nell'appartamento dove è situato il telefono o il modem.   

Sulle grandi distanze il mercato è competitivo e non ci sono difficoltà a creare nuovi collegamenti se questi fossero necessari.   La rete che è invece molto difficile da replicare è costituita dai doppini di rame che entrano  nelle abitazioni (sono ancora molto rari i collegamenti in cavo coassiale o fibra ottica fino all'interno delle abitazioni).   La parte della rete di Telecom Italia che ha un grosso valore è quindi costituita da milioni di "ultime miglia".   Mia sorella a Spoleto si diverte quando molti politici definiscono un asset strategico il doppino che va dalla frazione di Beroide fino a casa sua.   Sono convinto che l'ottanta per cento dei politici che parlano di telecomunicazioni e di "carattere strategico" della rete ignorino questi fatti.

In tutti i paesi ci sono sempre state difficoltà a far sì che l'operatore ex-monopolista non discriminasse in varie maniere contro le società concorrenti.   Questo ha portato molti a suggerire la necessità della creazione di una rete fissa unica, di solito di proprietà pubblica, che affittasse in maniera imparziale le sue linee alle società che offrono i servizi ai clienti.   Se ne è parlato molto, ma nessun paese l'ha mai fatto (a parte alcuni casi di città-stato con grosse disponibilità finanziarie come Singapore e il Qatar).   In ogni caso, la rete unica è sempre stata proposta come maniera per ridurre il potere dell'operatore ex-monopolista (e, comprensibilmente, gli ex-monopolisti hanno sempre lottato contro la creazione di queste reti uniche).

Come ho ricordato, lo sviluppo della rete di internet ad alta capacità in Italia ha un ritardo considerevole.   Nella classifica prodotta dalla Commissione europea ogni anno (DESI, Digital Economy and Society Index), l'Italia è al 17° posto per quanto riguarda la disponibilità di collegamenti di buona qualità.

Questo è dovuto a due fattori principali.   Il primo è dovuto allo scarso interesse mostrato finora dagli italiani per l'uso delle nuove tecnologie per tanti servizi (nell'indice DESI per l'uso dei servizi su internet siamo ad un imbarazzante 26° posto; peggio di noi stanno solo la Bulgaria e la Romania).   Questo porta gli italiani a non sottoscrivere contratti per collegamenti in fibra anche quando questi sono disponibili e riduce l'incentivo per le società di telecomunicazione ad investire nella fibra.   Probabilmente l'esperienza della chiusura dovuta al Covid e lo sviluppo del telelavoro potranno portare ad un certo aumento dell'interesse.

Il secondo fattore è l'assenza quasi completa in Italia della televisione via cavo.   Negli altri paesi europei questo è stato il fattore trainante dello sviluppo delle reti di grande capacità.   Gli utenti hanno sottoscritto abbonamenti al telefono e alla televisione (via cavo coassiale o fibra), scoprendo spesso solo in un secondo momento che questi comportavano automaticamente anche un collegamento internet con una grossa capacità.    L'offerta in Italia di una ampia scelta di canali gratuiti via il digitale terrestre ha impedito lo sviluppo di una televisione via cavo.

Negli anni passati ci sono stati molte riflessioni sulle ragioni del ritardo italiano e su cosa si sarebbe potuto fare per ridurlo.   Particolarmente importante è stato il rapporto elaborato da Francesco Caio per il governo italiano dell'epoca del marzo del 2009  (durante un'altra crisi che aveva spinto a chiedersi cosa si potesse fare per sviluppare una rete in fibra e aiutare lo sviluppo economico del paese).   Il rapporto è interessante perché Francesco Caio, un grosso esperto del settore, era stato incaricato dal governo britannico qualche anno prima di redigere un rapporto analogo per il Regno Unito.   Nel caso del Regno Unito, la conclusione era stata che il settore privato, con qualche incentivo regolamentare in più, avrebbe potuto sviluppare una rete di comunicazioni di grande capacità in tempi ragionevoli.   Ma nel caso italiano il dottor Caio era arrivato alla conclusione che un intervento pubblico più deciso fosse necessario, soprattutto nelle zone a bassa densità abitativa.   Non aveva elaborato delle proposte precise, ma aveva formulato dei criteri da seguire per definire gli eventuali interventi.

Non ci fu una risposta significativa immediata alle conclusioni di questo rapporto, ma nel 2015 il governo italiano decise la creazione della società Open Fiber, compartecipata tra l'Enel e la Cassa Depositi e Prestiti, per sviluppare una rete pubblica in fibra.   L'obiettivo era di sviluppare la rete in fibra nelle zone a bassa densità di popolazione dove le imprese private avrebbero avuto difficoltà.   Le linee create da Open Fiber sarebbero state poi affittate alle stesse condizioni a Telecom Italia e alle altre società di telecomunicazione.   Open Fiber non avrebbe avuto rapporti commerciali diretti con gli utilizzatori.

Telecom Italia è stata molto contrariata da questa decisione.   La società da moltissimi anni si porta dietro un debito molto alto (32 miliardi di euro secondo il sito del gruppo TIM aggiornato al 19 maggio 2020) e un'occupazione in eccesso rispetto ai bisogni.   TI vorrebbe la creazione di una società terza che gestisse la rete italiana alla quale fosse possibile vendere la sua rete ad un prezzo di favore che le permetta di ridurre sostanzialmente il suo debito (tema chiamato pudicamente : "scorporo della rete").   La valutazione del prezzo di una rete di doppini per tutto un paese è una cosa molto difficile – non c'è nessun precedente significativo per un'operazione del genere – e Telecom Italia ha sempre sperato di ottenere da un'operazione del genere un prezzo "politico", forse anche grazie a minacce o promesse sui livelli di occupazione.

Ma una "collaborazione" tra Open Fiber e Telecom Italia potrebbe anche significare che la rete "unica" così creata non sarebbe più completamente terza e neutrale.   Attraverso la "cooperazione" Telecom Italia potrebbe recuperare un certo controllo di tutta la rete e situarsi in una posizione di vantaggio rispetto ai suoi concorrenti.   Una situazione del genere potrebbe presentare inconvenienti ancora maggiori di un prezzo troppo alto che potrebbe essere pagato per il conferimento della rete attuale di TI; potrebbe distorcere in maniera seria la concorrenza e addirittura rallentare lo sviluppo della rete.    La "collaborazione" tra Open Fiber e TI o una fusione delle due società sembrano soprattutto uno strumento per aiutare Telecom Italia.

A difendere questa soluzione si è levata la voce di Beppe Grillo che il 22 giugno sul suo blog ha proposto la fusione di Open Fiber e di TIM mettendole in mano pubblica.    Per Beppe Grillo, l'esperimento di Open Fiber sarebbe "fallito".   

È difficile condividere questo giudizio lapidario alla luce degli 8.5 milioni di case "passate" dalla Fibra di Open Fiber che ha cominciato a lavorare solo nel 2016.   Casomai si dovrebbe riflettere sulle ragioni di eventuali ritardi di Open Fiber e correggerli.   Non si dovrebbe certo rovesciare completamente l'approccio seguito finora e ricreando il monopolio pubblico di una volta.   Nel suo libro appena pubblicato ("A conti fatti", Feltrinelli), Franco Bernabé, ex Amministratore delegato di TI, riconosce che Open Fiber ha dei costi molto più bassi di TIM nello sviluppo della rete.

Due mesi fa una società di consulenza specializzata, Analysis Mason, ha pubblicato un rapporto sulla rete in fibra come "un investimento strategico".   Nel suo capitoletto sull'Italia, questo rapporto da una valutazione positiva dell'attività di Open Fiber.   Afferma che la sua presenza avrebbe spinto TIM ad estendere la sua rete in fibra fino alle abitazioni e avrebbe fatto scendere i prezzi soprattutto per i collegamenti a capacità più alta.   Il rapporto rimpiange le incertezze in corso sulla futura proprietà di Open Fiber e di TIM.   Analysis Mason scrive esplicitamente che una fusione tra Open Fiber e TIM riporterebbe indietro l'Italia ("thus pushing Italy back effectively to a single NetCo." pag. 65).   Il rapporto dice anche che purtroppo si tratta di un tema molto politicizzato e che il sostenitore dell'idea di fusione sarebbe il M5S.

Il nostro governo è chiamato ad indirizzare e accompagnare le trasformazioni strutturali di cui il nostro paese ha bisogno per non essere più la lanterna rossa europea della crescita economica e per far fronte ai mutamenti del mondo post-Covid.   Ma le decisioni più importanti prese finora riguardano la nazionalizzazione di Ilva e Alitalia e, se le indicazioni date dal primo ministro si realizzassero, anche quella di  Telecom Italia.   Siamo sicuri che queste imprese rappresentino il nostro futuro ?