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Il paese delle ombre

Gli errori e le dimenticanze di Berlusconi. E' ora di cambiare.

di Ernesto Trotta |

Non dobbiamo (non dovremmo) avere paura delle ombre.
E qui proprio di ombre stiamo parlando. Ombre di un passato neanche tanto passato, e che non passa mai del tutto. Ombre che turbano sonni, minano coscienze, scuotono certezze.
Il nostro passato pesa, pesa maledettamente, e ci manca la forza per girare pagina, lasciarcelo alle spalle e procedere più leggeri verso il futuro.
 
Parlo di Berlusconi, ma potrei parlare anche di terrorismo, di P2, di Andreotti, Moro, Craxi, Prodi, persino di Renzi: la nostra Storia nazionale, insomma, che si è sempre dipanata attraverso oscuri dedali di misteri, ipocrisie, tradimenti, doppi e tripli giochi, più fantasiosi che nelle migliori spy-story.
Non che anche gli altri Paesi siano uno specchio di chiarezza e linearità, figuriamoci, gli armadi di tutti traboccano di scheletri, però qui da noi non sono episodi, non sono eventi puntuali come i Kennedy, o il Watergate, no, qui è una costante storica, continua, quasi ininterrotta. Non armadi, ma interi ossari.
Aveva forse ragione Shakespeare quando, nel Cinquecento, riteneva l’Italia terra di intrighi, tradimenti, congiure e complotti…
 
La rivelazione, molto tardiva, della confessione registrata del giudice Amedeo Franco, relatore in Cassazione, deceduto l’anno scorso, nella quale questi si rammarica del trattamento riservato dalla magistratura a Berlusconi, “plotone di esecuzione”, “sentenza già scritta”, è di una gravità inaudita ma non può stupire nessuno. Solo gli ipocriti possono fare finta di cadere dal pero… Quello che fu definito il Caimano ha subito 70 processi ed una sola condanna definitiva, quella di cui si rammarica il giudice pentito. Non può essere proprio tutto normale. Come d’altronde non è affatto normale Berlusconi stesso e la sua posizione nel panorama politico italiano ed internazionale. A suo tempo, è stato un unicum.
 
Bisognerebbe sforzarsi per tenere separati i giudizi politici da quelli penali, ma proprio qui casca l’asino! Come si fa? Berlusconi è un intreccio inestricabile di misteri, di complicità, di affari e politica.
È lui che non ha mai voluto parlare dell’origine delle sue fortune, è lui che si teneva in casa capimafia e frequentava amici di mafiosi, è lui che è entrato in politica solo per salvare il suo patrimonio traballante (non lo dice l’opposizione o la magistratura, ma i suoi stessi amici Fedeli), è lui che ha fatto certificare dal Parlamento le sue frequentazioni con la “nipote di Mubarak”, è lui che ha governato a lungo senza lasciare una sola riforma degna di questo nome (anzi no: la patente a punti!), malgrado le maggioranze più che solide di cui disponeva, è lui che ha promesso mari e monti, la “rivoluzione liberale” (povero Gobetti!), ma si è limitato a fare condoni e leggi apposta per scappare dai processi incalzanti, … e questa è storia.
 
Ma è vero anche che è stato sottoposto ad un’attenzione giudiziaria smodata, che 70 processi sono un’enormità oggettiva, che le forzature sono state palesi, ed adesso anche registrate in un file.
Come è vero che le opposizioni hanno a lungo confidato nell’esito dei processi piuttosto che sulla loro capacità di offrire un’alternativa politica credibile e di successo.
Ecco l’intreccio mostruoso da cui non possiamo scappare, e adesso dobbiamo prendere atto che avevano torto tutti e ragione tutti, e che non riusciamo più a fare distinzioni?
È una sconfitta bruciante per TUTTA la politica, che da una parte ha preteso impunità e dall’altra non ha saputo svincolarsi da questo abbraccio mortale con la scorciatoia giudiziaria, con l’uso improprio della magistratura, cui ha chiesto di fare da arbitro, spesso non imparziale, della lotta politica.
La magistratura deve perseguire reati commessi da singole persone o associazioni organizzate di esse, e non può essere chiamata a dirimere scontri politici che avrebbero ben altre sedi a disposizione che non i tribunali.
La separazione dei poteri presuppone che ogni potere sia capace di gestirsi al suo interno e non debba avere bisogno di supporto (o complicità) esterno. “Check and balance”, controlli e verifiche, non commistioni improprie. E le recenti traversie del CSM confermano quanto queste siano ormai inestricabili.
 
Ecco, non voglio fare del facile cerchiobottismo, tutti colpevoli e tutti innocenti. No. Qui i colpevoli sono individuabili con nomi e cognomi e sono quelli che hanno strenuamente lottato perché nulla di sostanziale cambiasse nel Paese. Quelli che hanno praticato il consociativismo, il compromesso al ribasso, che hanno organizzato un gigantesco torneo di wrestling, molto spettacolare ma tutto finto, dove le botte sono preparate, l’esito concordato e dove non è ammesso che arrivi qualcuno che voglia fare sul serio. Rovinerebbe lo spettacolo e gli spettatori se ne lamenterebbero assai.
E così siamo arrivati, dopo quasi trent’anni, a chiederci se Berlusconi fosse vittima o carnefice, se la sinistra avesse davvero le capacità e la volontà di combatterlo, se la magistratura si è prestata a fare da braccio armato della lotta politica. E non vogliamo darci risposte, che suonerebbero molto spiacevoli.
 
Ci abbiamo anche provato a costruire un sistema normale, bipolare, basato su alternative politiche chiare e contrapposte, sull’assunzione piena di responsabilità da parte di chi governa e di chi si oppone. L’Ulivo di Prodi, il PD di Veltroni, il governo riformista di Matteo Renzi: esperienze durate lo spazio di un mattino, poi tutto è di nuovo precipitato nella farsa, aggravata dall’irrompere sulla scena di comici veri e dilettanti allo sbaraglio, che hanno fatto rimpiangere persino le più disastrose esperienze precedenti. È una corsa al peggio del peggio, mentre il Paese stenta a mantenere un posto da protagonista sulla scena internazionale, malgrado la sua dimensione e le eccellenze dimostrate un più di un settore.
 
Non si può andare avanti così: la politica delegittimata, la magistratura delegittimata, l’informazione delegittimata (e dire che questa dovrebbe essere il “cane da guardia” della democrazia e invece ne alimenta tutti i vizi peggiori), il sindacato inaridito ed in crisi di identità, l’opinione pubblica sempre più disorientata e propensa ad auspicare soluzioni sommarie e semplicistiche, anche a prescindere dalle garanzie democratiche. È così che si diventa come la Polonia, o l’Ungheria, o la Turchia. In più abbiamo pestato anche un virus malefico, che sta stressando fin nel profondo le nostre abitudini, oltre che causando disastri economici.
 
Come e dove trovare una goccia di ottimismo, un po’ di speranza, la bozza di un progetto riformista con qualche probabilità di successo? Non mi nascondo che trattasi quasi di mission impossible, anche perché i supereroi necessari alla bisogna, che pure ci sarebbero, non saprebbero a cosa appoggiarsi, su cosa fare leva, per promuovere il cambiamento.
Come si rende protagonista la parte sana del Paese? Come la si mette in moto? Come le si dà egemonia? Come la si convince che cambiare è possibile?
Sono tutte domande a cui non riesco a dare risposte, ma qualcuno dovrebbe farlo. E pure in fretta.
Sarà pure uno slogan americano, ma è certo che la “democrazia muore nell’oscurità”: serve luce, tanta luce, che diradi le troppe ombre.
 
 
Ernesto Trotta
Torino