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Craxi, De Michelis e io

Vecchie storie da una Milano scomparsa. E un libro misterioso, anche lui sparito.

di Giuseppe Turani |

Ho visto Hammamet in tv. Si tratta di un Craxi del declino, che non ho mai conosciuto. Ricordo bene, invece, il Craxi potente.

Il mio primo ricordo è per la verità molto indiretto. Ero nella segreteria del Psi pavese in rappresentanza della sinistra (“carristi” ci chiamavano). Non perché mi occupassi attivamente di politica: avevano solo già espulso tutti gli altri di sinistra. In realtà, la mia presenza in quella segreteria era solo simbolica: ero solo contro 5-6 “autonomisti”. Ma arriva il giorno designato anche per me: espulsione per indegnità politica (mai saputo che cosa diavolo fosse).

E’ bastata però una telefonata di un amico a Craxi per cambiare la vicenda. Bettino va su tutte le furie, fa una telefonata di fuoco: “Piantatela di buttare fuori gente, ritirate quel provvedimento di espulsione. Magari provate a fare politica sul serio”.

Ma ormai, in generale, le cose erano andate troppo avanti. Sarò proprio io dal bancone della tipografia di giornaletto che allora dirigevo a scrivere il comunicato che annunciava l’uscita della sinistra “carrista” dal Psi e la nascita dello Psiup. A noi, ovviamente, sembrava di fare la storia, ma non era così.

Poi accadono tante cose. Una sera a Milano, a una cena di Natale, c’è anche Bettino, che naturalmente ringrazio, comunque siano andate le cose. Bettino era molto riservato nelle sue frequentazioni sociali. A Milano lo si poteva vedere in un paio di salotti al massimo. A un certo punto lui mi trascina in una specie di nicchia e comincia a parlare: vuol sapere delle imminenti nomine bancarie. Gli dico che i vertici di Comit e Unicredit in carica (Cingano e Rondelli) sono il meglio, non ci sono secondo me candidati socialisti. Già che siamo in argomento gli consiglio di andare a prendere un caffè da Cuccia, il grande patron di Mediobanca. Craxi mi guarda un po’ stupito. “Guarda che Cuccia oggi sembra un severo banchiere e basta, un po’ noioso, ma è stato anche un uomo d’azione”.

Mi prendi per il culo, dice Craxi. No – rispondo - negli anni del fascismo Cuccia è andato fino a Lisbona dagli americani con un messaggio del Cln nascosto nelle mutande. Dopo, ha detto che lo ha fatto perché era l’unico del giro antifascista a avere ancora il passaporto. Ha anche aggiunto che i francesi avevano intuito che c’era qualcosa di strano, ma avevano rinunciato ha perquisirlo, non si sa perché.

Mentre raccontavo queste vecchie storie a Craxi, lui continuava a mangiare dei profiterole che stavano su un vassoio nella nicchia. “Bettino, lo sappiamo tutti che hai il diabete, lascia stare quei dolci”. Sguardo di fuoco di Craxi: fatti i cazzi tuoi, comunque è già fissato l’appuntamento, domani mattina alle otto entro al San Raffaele, e mi ripuliscono per bene.

Il successivo incontro avviene durante una prima della Scala. Sono al bar, in mezzo a una calca indescrivibile. Vedo Bettino che solca la folla e marcia dritto verso di me. Temo il peggio. Invece: “Ho visto il libro che avete scritto tu e Gianni (De Michelis). Bravi, ma non si può pubblicare oggi. Fra qualche anno, forse”.

Adesso sono scomparsi tutti, sia Gianni che Bettino, e potrei pubblicare finalmente quel libro. Ma non ne ho una copia (non si usavano ancora i computer). L’unica esistente è quella finita nelle mani di Bettino e oggi chissà dove.

Insomma, a me Craxi non stava antipatico. Era certo arrogante e prepotente, ma il suo desiderio di cambiare le cose era reale. Ma anche lui, come il nostro famoso libro, forse era troppo in anticipo sul tempo giusto.