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Sei domande a Casalino e Fontana

Troppe le cose poco chiare nelle due vicende.

di Francesco M. Renne |

sei domande “aperte” sulle vicende Fontana e Casalino

QUANDO MANCA LA CULTURA DELLE REGOLE, A TUTTI I LIVELLI

alcune riflessioni sulle vicende Fontana e Casalino, più qualche domanda “aperta” ai protagonisti

 

 

Le vicende Fontana (“camici del cognato” e conti “off-shore”) e Casalino (“investimenti” del “fidanzato”), con i relativi commenti successivi (pro o contro che siano, media compresi), denotano tre vizi tutti italiani: mancanza di senso di responsabilità istituzionale; tifoserie partigiane immediatamente schierate “a prescindere”; corto circuito fra indagini e notizie, queste ultime “travolte” dalla sindrome da “click-baiting”.

Il discorso è scomodo, per più motivi. E non lo edulcorerò, perché occorre essere chiari, per rispetto al lettore.

Il principio (generale) è che sì, la responsabilità (giuridica) è ancora (ad ora) da provare; ma va altrettanto chiaramente detto che quella politica (ed etica, a ben vedere) è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. Soggettiva, come tutti i giudizi, ma non per questo meno evidente.

Le due vicende sono fra loro diversissime (le cronache da domenica si inseguono sui giornali, sulle televisioni e sui social), eppure legate da un comune denominatore, dato dalla “leggerezza” dei comportamenti che coinvolgono soggetti (a vario titolo) con ruoli e compiti istituzionali. Entrambe, leggendo ciò che appare sugli organi di informazione, denotano una plausibile ricostruzione di comportamenti alquanto inopportuni (leggerezza o malafede, è presto per dirlo) tenuti dai protagonisti.

Stando alle notizie di stampa, la prima è così riassumibile: in piena emergenza Covid19, l’azienda del cognato del Governatore (di cui la moglie è socia al 10%), assieme ad alcune altre imprese, fornisce materiale sanitario (camici ospedalieri) in affidamento diretto (senza un bando di gara vero e proprio, data anche la situazione di emergenza) alla Regione Lombardia; tale fornitura viene, nel durante, trasformata in “donazione”; il Governatore a quel punto dispone un bonifico (250mila euro) a favore della società (di cui non è socio), poi bloccato (dall’intermediario) e infine revocato (dal disponente), “aprendosi” un fronte in merito alla normativa antiriciclaggio; infine, emergerebbe che la provenienza di quei denari derivi da un capitale detenuto in Svizzera, regolarizzato con la “voluntary disclosure” nel 2015, originariamente intestato a due trust delle Bahamas facenti capo alla mamma, poi defunta, del Governatore.

Sempre stando alle notizie di stampa, la seconda è invece così riassumibile: una persona, legata sentimentalmente (il compagno; particolare pruriginoso per alcuni, ma del tutto ininfluente ai fini della vicenda) al portavoce (il cui ruolo viene descritto come molto più influente del semplice “grado” assegnatogli) del Presidente del Consiglio dei Ministri, investe su piattaforme di trading on-line; la cifra (circa 150mila euro complessive), pur in sé non elevatissima, appare eccessiva per il lavoro effettivamente svolto (ed il relativo stipendio); inoltre, la convivenza con un membro dello staff del Premier “potrebbe” far nascere il dubbio che vi possa essere un (potenziale) utilizzo di informazioni privilegiate.

In entrambi i casi, leggerezze di comportamento e anomalie procedurali (almeno apparenti) che suscitano interesse mediatico (oltre che giudiziale, parrebbe) e necessità (per la carica pubblica rivestita dai protagonisti) di spiegazioni (politiche).

Da qui, i tre temi iniziali.

Il primo è la mancanza di senso di responsabilità istituzionale (anche nelle reazioni), per entrambi i soggetti protagonisti della vicenda, poiché eventuali rapporti economici con soggetti con cui si abbiano legami di parentela o di convivenza sarebbero da trattare con ancor più circospezione del normale, per preservare l’Istituzione rappresentata da (possibili) sospetti per (potenziali) conflitti (o cointeressenze) di interesse. Procedure di selezione opache (pur giustificabili dall’emergenza), “trasformazione” successiva di un’offerta economica in “donazione”, contribuzione del Governatore alla “perdita” realizzata, detenzione “off-shore” di capitali poi regolarizzati, da un lato; procedure di “chinese-wall” non comprovate (tra Governo e portavoce e tra questo e il suo legame affettivo) e attività di investimento “compulsiva” del convivente di un membro dello staff di Governo (quante altre situazioni ci saranno, simili?), dall’altro. In entrambe le situazioni, elementi sufficienti per evidenziare quantomeno un problema “politico”.

Il secondo attiene alle tifoserie partigiane schierate immediatamente a difesa (o ad attacco), prescindendo dai fatti e dalle (potenziali) perplessità da chiarire (in un senso e nell’altro), che non aiutano il formarsi di un’opinione pubblica correttamente informata e inquinano il dibattito che ne deriva. Confondere “giudizio” con “giustizialismo preventivo” e, per altro verso, confondere “garantismo” con “giustificazionismo a prescindere” degli esponenti della propria parte, vuol dire alimentare in entrambi i casi l’incapacità cronica (tutta italiana) di giudicare i fatti (prima che i soggetti coinvolti) e pretendere comportamenti etici (di conseguenza) ai protagonisti: se non “prima” (con comportamenti inappuntabili), almeno “dopo” (con dimissioni dettate dall’inopportunità politica del comportamento tenuto).

Il terzo, non nuovo, attiene al corto circuito fra indagini e notizie, queste ultime “travolte” dalla sindrome da “click-baiting”, con la rincorsa allo scoop (spesso anche attraverso indebite violazioni “tollerate” del segreto istruttorio) e all’enfatizzazione del fatto in sé, che alimenta a sua volta il circolo vizioso delle tifoserie “a prescindere”, invece che di un maggiore senso di responsabilità istituzionale diffuso. Se il giudizio che conta è (solo) quello immediato della “pancia” della gente, si induce a voler essere vincitori sui media e sui social, non a esserlo avendo scelto di stare “dalla parte della verità” (razionale).

Per completezza del ragionamento, da tutto ciò derivano poi altri due temi, più “tecnici: il primo attiene a un rischio (crescente) di applicazione delle norme, meno evidente ma non per questo meno rilevante; il secondo attiene a delle domande “aperte” sulle due vicende in esame.

Il rischio (crescente) è figlio del combinato disposto, da un lato, della “tolleranza” alle violazioni del segreto istruttorio e, dall’altro, della normativa antiriciclaggio vigente. Le “segnalazioni delle operazioni sospette”, ai fini antiriciclaggio, sono presidio fondamentale della lotta all’illegalità e coinvolgono sia gli intermediari finanziari che il modo delle professioni economico-giuridiche, ma si basano sul doppio presupposto del “divieto di informazione” alla parte e del “principio di anonimato” del soggetto segnalante. Invece, in entrambe queste due vicende (così come in altri casi in passato), sui giornali è apparso “in chiaro” sia che tutto nasce dall’applicazione di questo presidio e sia i nominativi (in un caso, citando il nome della società fiduciaria; nell’altro, indirettamente, citando la via della filiale della banca) dell’istituzione segnalante. Ciò rischia di diventare deterrente alle segnalazioni preventive (effetto negativo in termini di efficienza del presidio di legalità), per non esporre il singolo segnalante a potenziali ritorsioni/rappresaglie successive (si pensi sia a casi di segnalazione di esponenti della criminalità organizzata e sia a casi di successive pressioni da parte del potente di turno segnalato) e, conseguentemente, di inquinare il corretto funzionamento di un impianto normativo di proattiva cooperazione fra gli attori economici e i soggetti inquirenti.

Infine, le domande aperte.

Per il Governatore Fontana, sono essenzialmente tre:

-       essendoci una norma ai fini della trasparenza amministrativa degli enti, cui anche gli amministratori delle Regioni sono tenuti, quel patrimonio – oggetto di voluntary disclosure (quindi regolarizzato nel 2015) e detenuto in svizzera tramite società fiduciaria – era stato dichiarato?

-       essendoci delle regole societarie in tema di rapporti con i soci e con i terzi nonché dei principi di imponibilità fiscale a date condizioni, il versamento – inizialmente disposto a favore dell’azienda del cognato – quale causale giuridica avrebbe avuto (poiché, sotto il profilo “tecnico”, una “donazione” a una società privata non è esattamente una causale “plausibile”)?

-       peraltro, siccome la procedura di voluntary disclosure regolarizza un patrimonio ai soli fini fiscali e non avrebbe potuto essere fatta se la sua provenienza fosse stata illecita o dipendente da reati non tributari, fino a prova contraria (che spetterebbe nel caso ad un giudizio del Tribunale) quel patrimonio è doverosamente da considerarsi di provenienza lecita e quindi non dovrebbe essere un problema – essendo lui un personaggio pubblico – illustrarne l’origine temporale, così da dissolvere il (potenziale) dubbio che possa essere contestuale al suo percorso politico?

Per il portavoce del Premier, Casalino, sono essenzialmente due:

-       esiste, per i membri dello Staff di Governo di cui lui fa parte, un regolamento ovvero una norma di comportamento specifica per prevenire la (anche involontaria) diffusione di informazioni privilegiate che in ragione del proprio incarico si vengono a conoscere?

-       quando è venuto a conoscenza che una persona a lui vicina aveva tra i suoi interessi specifici degli investimenti finanziari su piattaforme di trading on-line, come è intervenuto per ridurre il rischio potenziale di conflitto di interessi riguardante le informazioni privilegiate di cui avrebbe potuto disporre?

Incidentalmente, questa seconda vicenda porta con sé una domanda anche al Premier Conte:

-       dato il (potenziale) utilizzo di informazioni privilegiate che potrebbe emergere (sperando che ciò non sia) dalla vicenda in questione, come intende implementare e/o migliorare quei meccanismi di “chinese-wall” o di “autoregolamentazione” per i membri del proprio Staff, in tema di informazioni privilegiate di cui venissero a conoscenza per il loro ruolo istituzionale?

Sei domande aperte, trasparenti, a tre soggetti pubblici e politicamente esposti, che – a sommesso avviso di chi scrive – meriterebbero altrettante risposte (e altrettanto trasparenti).

In fondo, è tutto qui; trasparenza.

Si chiama, anche, “etica della responsabilità individuale”.