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Cronache di ordinario lockdown

Complicato persino comprare libri e dischi.

di Ernesto Trotta |

In queste mosce giornate di novembre, scaldate da un sole tardo estivo, ma che alle cinque è già sparito, qui a Torino zona rossa (una volta era rossa per altri motivi …) a casa non si può fare granché.
Facile che ti venga voglia di leggere un buon libro: approfitti per sgattaiolare fuori ed andare in libreria. La previdente Istituzione (locale o nazionale non si sa, ma pare non lo sappia bene neanche Lei …), come sempre molto attenta ai bisogni dello spirito e del cervello, oltre che a quelli della materia e della pancia, ha molto opportunamente lasciato aperte, oltre che i supermercati e le profumerie, anche le librerie, dove tosto ti rechi e trovi altri affamati di cultura, alta o bassa non importa, che frugano, rovistano, chiedono consigli, poi trovano ciò che li soddisfa, pagano e vanno via, con sottobraccio la preziosa testimonianza che la sortita fuoricasa non è stata anche fuorilegge.
Molto bene.
Capita però che il giorno dopo, giovedì per la precisione, leggi la recensione dell’ultimo disco (e forse, maledizione, sarà proprio l’ultimo ultimo, viste le sue precarie condizioni di salute) di Keith Jarrett: è un doppio live registrato a Budapest nel 2016, ma appena uscito. Malgrado tutto, ci sono ancora coraggiosi e benemeriti editori come Manfred Eicher che producono dischi anche in questi frangenti … e andrebbero ringraziati pubblicamente.
Chi ama Jarrett (e chi non lo conosce è fortunato, perché ha ancora la possibilità di scoprirlo e meravigliarsi di tanto purissimo talento …) sa che è difficile resistere alla lusinga di un concerto di due ore di piano solo. Detto fatto, prendi cappello e ti fiondi presso lo stesso negozio che, guarda la combinazione, da sempre vende sia libri che dischi (insopportabile commistione …).
Ti dirigi impaziente verso il reparto dischi e, sorpresa …, un nastro biancorosso da incidente stradale o lavori in corso ti sbarra la strada. Non si passa, chiuso. Poffarbacco, ma che diamine! Ieri ho comprato Graham Greene (Sellerio, ”Una pistola in vendita”) e oggi non posso comprare Keith Jarrett (ECM, “Budapest 2016”)?
Mi spiegano che hanno appena ricevuto la visita di due solerti vigili urbani che hanno fatto presente che: libri sì e dischi no. È la legge, o il DPCM che dir si voglia. Quindi, sbarrare tutto e lasciare lo spazio aperto solo per lo scaffale con gli spartiti musicali.
Ma se uno volesse sentirlo, Beethoven, invece che suonarlo (sul mezza-coda Steinway che tutti abbiamo in salotto, ovviamente)? Non si può, vietato.
Non leggi la musica come fosse il giornale? Peggio per te. Jarrett, poi, puoi proprio scordartelo.
Uno affianco a me ha però appena comprato l’audiolibro di Morgan: pare sia legale. E se non ti piace, di nuovo peggio per te. “Dura lex, sed lex”.
 
Uno ci vuole ridere su, quisquilie e pinzillacchere, ma capite che la situazione è seria. Per l’Istituzione (maiuscola) la cultura è solo quella scritta, il resto è pociacchera (come diceva la buonanima di Gigi Veronelli quando incontrava un vinaccio senza qualità).
Non contenta di mantenere l’assurda distinzione che carica l’IVA al 4% sui libri ed al 22% sui dischi (mi ricordo petizioni, campagne, proteste, fin dalla fine del secolo scorso, ma è ancora così), non contenta, l’Istituzione (sempre maiuscola) decide che in caso di lockdown si legge ma non si ascolta musica. Sarà per non far troppo rumore! Il silenzio, si sa, aiuta la produzione di anticorpi.
Posso dire che per la rabbia all’istituzione ci tolgo la maiuscola?
 
Ernesto Trotta
Torino