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Primo Piano

Corporazioni

Per stare in Europa bisogna smantellare i gruppi di interesse.

di Ernesto Trotta |

Fa molto bene Fabio Colasanti ad augurarsi un rigido controllo sull’esecuzione del nostro Piano per la Ripresa e la Resilienza (PNRR) da parte di tutti i Paesi Europei (dice: “Siamo in una situazione dove paradossalmente dobbiamo sperare nell'inflessibilità dei paesi "frugali"!”).
Fa bene perché è evidente la tendenza del nostro sistema sociale, tutto nel suo complesso, senza eccezioni, a privilegiare pezze a colore e finte riforme al posto degli interventi strutturali di cui abbiamo urgente bisogno da decenni. Ripeto: “urgente bisogno da decenni”, ossimoro che esprime bene la tendenza all’immobilismo della nostra società, sempre incorreggibilmente gattopardesca.
 
Nessuno ha davvero voglia di cambiare le pessime abitudini (*) che Colasanti così bene delinea nel suo lucidissimo commento. “Quasi nessuno” in verità, ma certo è che se qualcuno ci prova, viene sonoramente bastonato come attentatore delle libertà costituzionali, aspirante despota, assetato di potere, pericoloso sovversivo dell’ordine costituito.
Non c’è categoria in Italia che non tenda, in quanto tale, ad opporsi (quasi per principio) a qualsiasi tentativo di riformare usi e costumi, anche i più nefasti.
Parlo di categorie perché in Italia le persone, e molte persone anche importanti, singolarmente potrebbero e forse vorrebbero aderire di buon grado ad un serio programma di riforme. Singolarmente, magari a piccoli, molto piccoli gruppi; ma quando si muove la “categoria”, ecco che questa si dimostra sempre pronta ad azionare con forza tutti i possibili freni di emergenza, tutte le resistenze immaginabili, ogni possibile trappola, per far sì che tutto scivoli in una melassa vischiosa ed appiccicosa nella quale ogni buon proposito si smorza per sempre.
Non c’è categoria che faccia eccezione: imprenditori, sindacati, magistrati, insegnanti di ogni ordine e grado, professionisti vari, banchieri, commercianti piccoli e grandi, personale, dai dirigenti agli uscieri, della pubblica amministrazione, ovviamente politici, giornalisti, e via così all’infinito.
Non è difficile trovare nel recente passato tracce corpose di quanto sto sostenendo.
Le categorie tendono a proteggersi in quanto tali, tendono a mantenere il loro potere di intermediazione e di interdizione, tendono a difendere gli interessi di un corpaccione di sodali che normalmente vuole essere disturbato il meno possibile nelle sue attività e non gradisce perturbazioni innovative. Non difendono le eccellenze, spesso difendono i mediocri, per il semplice fatto che sono di più. Le eccellenze se la sanno cavare da sole. E così si crea quel sentimento di resistenza al nuovo, che blocca ogni velleità riformista.
Eppure, prima o poi bisognerà uscire dalla lamentazione generalizzata (anche la mia lo è, ne sono conscio), dal circolo vizioso della conservazione, e fare qualche passo avanti.
Si potrebbe dire, con abusata allocuzione: “Lo vuole l’Europa!”. E stavolta rischia di essere vero per davvero.
 
Pensare che ci vengano affidate molte centinaia di miliardi di euro senza alcuna garanzia di farne buon uso è pura illusione. In un sistema integrato come l’Unione Europea, è interesse di tutti la buona salute e la competitività dei singoli Paesi: a nessuno fa piacere portarsi dietro palle al piede, soprattutto se grosse come l’Italia, bisognose di assistenza e cure, ché altrimenti potrebbero compromettere la salute civile di tutti. Ci terranno gli occhi addosso, pronti a denunciare tutte le nostre magagne: non sarà difficile.
Questo provocherà reazioni presso i conservatori/sovranisti/populisti di casa nostra, che certamente troveranno nuova forza per imprecare contro la costruzione europea. Attenzione! La Brexit è nata così.
 
Allora bisognerà mettere in atto qualche contromisura, bisognerà tentare di disinnescare il perenne gioco all’insabbiamento di qualsiasi tentativo di riformare l’organismo sociale (e non solo lo Stato). Abolire le categorie non si può: esistono in natura … Ma riformarle forse sì. Riformarle dal di fuori, con normative moderne che favoriscano la trasparenza ed il ricambio della classe dirigente, ma anche dal di dentro. Servirebbe che si facessero avanti persone nuove, possibilmente giovani, possibilmente svincolate dalle vecchie dinastie, e che prendessero il potere, si aprissero ai cambiamenti, rendessero trasparenti strutture spesso opache, convincessero i loro sodali che è molto meglio sfidare il futuro per crescere, pilotando lo sviluppo, che non arroccarsi in una stolida difesa dell’esistente, che rischia di essere solo una resistenza ad oltranza, ma senza speranza.
È possibile tutto questo o è solo una pia illusione? Da dove dovrebbero uscire queste persone nuove con la voglia di cambiare? Finora, dove sono rimaste nascoste? Perché dovrebbero farlo? Potrebbero trovare un giovamento anche personale da questo mutato atteggiamento? Avrebbero concrete possibilità di abbattere muri e vecchiume?
Belle domande che aspettano risposta. Ma tutta l’Europa aspetta risposta.
Può un paese di 60 milioni di abitanti, nel mezzo del Mediterraneo, permettersi di fare ancora orecchie da mercante?
 
Ernesto Trotta
Torino
 
(*) “la complessità del nostro sistema giuridico (troppe leggi, spesso scritte male e incoerenti); la bassa efficienza della pubblica amministrazione; i tempi biblici della giustizia; la non prevedibilità delle decisioni giudiziarie; la mancanza di etica nella vita pubblica e la diffusione della corruzione; la qualità insoddisfacente di tante infrastrutture; il basso livello di istruzione e formazione professionale della popolazione italiana; la bassa spesa per la ricerca, la scuola e l'università e l'assenza di un sistema di aiuti sociali efficace che permetta di far fronte alla disoccupazione e che riduca le sacche di povertà.”