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Primo Piano

Dove andiamo?

Veniamo da lontano andiamo lontano.Forse. (Antonio Gramsci)

di Ernesto Trotta |

Ma perché il Partito Democratico sta lasciando a Renzi ed al suo piccolo partito Italia Viva l’importante ed indispensabile iniziativa di riempire di contenuti riformisti un’occasione storica come l’avvio del Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (PNTT)?
Perché un Partito che si dichiara di sinistra, che viene da lontano (ma è ancora capace di ANDARE lontano?), che è stato protagonista di forse poche ma comunque importanti stagioni di riformismo, che ha sempre amministrato, nel nome del buon governo e del riformismo, Comuni, Regioni, a volte anche lo Stato, perché diavolo adesso, di nuovo, balbetta di fronte all’enorme opportunità che si presenta di mettere mano a tanti “sogni” coltivati per decenni? Ha paura? E di cosa? Chi lo trattiene dallo spiccare il volo? Interessi più o meno occulti? Corporazioni? Pigrizia intellettuale? Personalismi?
Possibile che l’odio per Renzi, che pure ha dato al Partito una scossa formidabile (e per questo è stato ripudiato), sia arrivato al punto da non avvertire la necessità, l’impellenza, di mettere insieme un fronte riformista per trascinare una maggioranza senz’anima né leader a fare degli ultimi due anni di legislatura un trampolino per altri ulteriori cinque anni di trasformazione del nostro sciagurato Paese?
Possibile che invece guardi con sospetto ad ogni tentativo di alzare il livello del confronto, di alzare il livello delle aspettative? Possibile che il quieto vivere possa assurgere a linea strategica?
 
Ebbene sì, è possibile. Sta avvenendo. Incurante degli assist forniti da una forza politica corsara, intraprendente, fortemente propensa al cambiamento, si rintana, si rannicchia, smorza, sopisce e tacita.
È un bel problema, perché con le poche risorse renziane non si va lontano (una volta era un motto togliattiano: “veniamo da lontano, andiam lontano, compagno Gramsci non sei morto invano” si cantava).
Ahimè, temo che il compagno Gramsci non sarebbe molto contento di vedere i suoi nipotini dibattersi tra una Finanziaria appena approvata e piena zeppa di mance, mancette, mille rivoli di risorse certamente pochissimo produttive ed un Piano, quello di Conte, raffazzonato, poco ambizioso, senza linee guida né voglia di cambiare passo, e pure pericoloso sul piano istituzionale.
 
Ma la sinistra vuole ancora cambiarlo il mondo o no? Vuole ancora l’emancipazione delle persone, lo sviluppo, la crescita della ricchezza, sia materiale che immateriale, vuole ancora uno Stato giusto e non invadente, regolatore e non prevaricatore, efficace ed efficiente? In realtà, lo ha mai voluto per davvero? O la dimensione del buon-governo-possibile non deve eccedere i Comuni, le Regioni e non deve sconfinare in territori troppo vasti e potenzialmente pericolosi?
Manca l’ambizione, vince la paura di perdere consensi, vincono legami con il territorio che spesso non sono del tutto sani. E cambiare costa tanta fatica.
 
Credo di averlo già detto, in Italia le spinte alla conservazione, al “lasciar stare” ma anche al “lasciar fare” sono poderose. Sempre state, da e per decenni.
Ma non illudiamoci: o la sinistra, il centrosinistra, come volete, trova la forza di alzare la testa e guidare con coraggio il processo di cambiamento, oppure il nostro destino è la palude della mediocrità, del piccolo cabotaggio, del consociativismo con le forze peggiori del Paese. L’ignavia, la pigrizia, l’indifferenza (viene facile ricordare ancora Gramsci di “Odio gli indifferenti”).
Non abbiamo tempo per seguire strade tortuose e bizantine: bisogna assumere la leadership e trascinarsi dietro mezzo Parlamento. Oggi il PD è come un “corpo morto” (accezione nautica, non etica) che frena e trattiene, a volte dibattendosi scompostamente, col rischio di mandare tutti a fondo. Non va bene: solo un’azione corale può riuscire.
 
Se poi anche i media lo capissero, la strada sarebbe certamente più agevole. Ma temo che i media non siano la soluzione del problema; sono invece parte, e parte grossa, del problema.
Evidentemente pensano di avere molto da perdere da una stagione autenticamente riformista, e molto da guadagnare dalla perenne turbolenza inconcludente; i loro editori rappresentano quelle “categorie” alle quali serve che “tutto cambi perché nulla cambi”. E così sarà anche questa volta.
Ci pensino i dirigenti del PD, ci pensino bene a questa responsabilità storica che fanno così fatica a mettersi sulle spalle.
È vero che vengono da lontano, ma rischiano di fermarsi qui. Per sempre.
 
Buon anno nuovo.
 
Ernesto Trotta
Torino