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Virus, cosa fare

Mantenere le distanze, chiudere alcune attività, limitarne altre.

di Fabio Colasanti |

Mi avventuro fuori dal mio campo di conoscenze specifiche per sviluppare qualche considerazione su alcuni principi da seguire nella lotta anti-Covid nei prossimi mesi, probabilmente quasi fino alla fine del 2021.    Vorrei contribuire alla comprensione dei termini in cui si pongono molti dilemmi ai quali dobbiamo far fronte.   Le considerazioni che presento dovrebbero essere simili a quelle che potrebbero o dovrebbero fare tutti i responsabili politici con le mie stesse scarse conoscenze in materia di medicina e infezioni.

 

Quando la crisi provocata dal Sars-CoV-2 è scoppiata, tutti i paesi hanno preso delle misure per limitare la diffusione del virus.   Inizialmente si sono prese misure contro tutti i casi classici di diffusione dei virus.    Gradualmente ci si è resi conto che il canale principale di diffusione del nuovo virus è quello delle particelle in sospensione nell'aria durante contatti personali ravvicinati.   Si è quindi cercato di limitare soprattutto i comportamenti che potevano più favorire la diffusione del virus, ossia quelli che creano più occasioni di contatti personali ravvicinati, soprattutto in ambienti chiusi.

 

Le misure prese nei paesi industrializzati dell'occidente non hanno mai avuto l'obiettivo di "sopprimere" o eliminare l'epidemia.   Era chiaro che l'epidemia sarebbe stata superata solo attraverso l'immunizzazione, dovuta alla malattia stessa o ad un vaccino, di una percentuale molto alta della popolazione.   Le misure prese dai vari paesi hanno avuto come scopo quello di "appiattire la curva", ossia limitare il picco dei nuovi contagi ad una cifra compatibile con le capacità di cura offerte dai servizi sanitari nazionali.

 

Si è quindi stabilito un legame tra un numero "accettabile" di nuovi contagi e la capacità del sistema sanitario.   Questo legame, assolutamente logico, è però cambiato nel tempo e deve oggi essere aggiornato.

 

Verso la fine della prima fase dell'epidemia (marzo-aprile) si sono stabilite delle soglie ampiamente condivise sul numero massimo accettabile di nuovi contagi registrati in una certa zona, per 100mila abitanti e durante un certo periodo.    Questa soglia è stata fissata in alcuni paesi a 50 o 100 nuovi casi durante una settimana.   Successivamente, a livello dell'Unione europea ci si è messi d'accordo su di una matrice, elaborata dal centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC), che combina due fattori:

a) una soglia in termini di nuovi casi di contagio per 100mila abitanti su di un periodo di due settimane (150 casi);

b) il tasso di positività (numero di test positivi sul totale di quelli effettuati) a seconda che sia inferiore o superiore al 4 per cento (oggi nel nostro paese siamo tra il 9 e il 10 per cento).

 

Sul sito dell'ECDC si può trovare una cartina che indica la situazione nelle varie regioni europee colorate sulla base di una matrice (riportata nel sito) che combina vari valori per questi due dati.   Questa cartina dovrebbe essere utilizzata da tutti i paesi europei come base per le restrizioni che prendono alla libertà di movimento.   Durante l'estate 2020, la maggior parte delle regioni europee aveva valori al di sotto delle soglie critiche.

 

Questa cartina e le soglie stabilite sono state basate su di una misura della sola "domanda" di servizi medici derivanti dal contagio dovuto al Sars-CoV-2.   Era però implicitamente basata su di una valutazione dell'offerta di servizi medici che la maggior parte dei servizi nazionali potevano offrire.

 

L'esperienza ci ha mostrato anche che le capacità dei vari servizi sanitari erano diverse e che queste potevano essere ampliate, a volte anche in maniera sensibile, in tempi piuttosto brevi.   Le capacità del proprio servizio sanitario sono sicuramente state alla base delle reazioni di molte autorità nel corso degli ultimi mesi e, in Italia, sono state esplicitamente incluse negli indicatori da prendere in considerazione nella determinazione dei "colori" attribuiti alle varie regioni.   Alcune regioni, per esempio il Veneto che aveva ampliato fortemente la propria offerta di posti letto, in certi periodi sono rimaste in "giallo" pur avendo un numero di nuovi contagi che per altre regioni (con capacità inferiori) avrebbero significato un colore "arancione" o addirittura "rosso".

 

L'esperienza della nuova ondata (dall'inizio di ottobre) ci ha mostrato i limiti di misure di restrizione determinate in base ad una combinazione di nuovi casi di contagio e capacità ospedaliera (domanda e offerta di servizi ospedalieri).   Le regioni/paesi con delle capacità ospedaliere alte sono state indotte a tollerare cifre di nuovi contagi eccessive che hanno portato a superare le capacità di tracciamento dei nuovi casi e a permettere all'epidemia di andare quasi fuori controllo.   E per quanto i servizi ospedalieri abbiano fatto progressi nella cura del Covid-19 questo ha significato un alto numero di malati gravi e un alto numero di decessi.

 

Le cifre per la Germania e l'Italia mostrano bene questa situazione.   Uso le cifre del Worldodometer che, per l'Italia, sono quelle fornite dal nostro Istituto Superiore di Sanità e, per il Veneto, quelle di Gedi Visual.  

 

Nel periodo fino al 30 settembre, il numero di decessi in Germania è stato di circa 9 500 ed il numero di casi di contagio ufficialmente registrati è stato di 293mila.   Le due cifre danno un tasso di letalità (numero di decessi rispetto al numero di casi di contagio) pari al 3.27 per cento.   Dal primo ottobre al 30 dicembre, il tasso di letalità tedesco è sceso al 1.68 per cento, cosa che riflette sicuramente le migliori conoscenze sul Covid da parte del corpo sanitario e, forse, un rafforzamento dei mezzi a disposizione.   Ma questo tasso percentuale è stato il risultato di un aumento fortissimo del numero dei contagi a partire dal primo ottobre: ben un milione quattrocento ventisettemila.   Questo altissimo numero di contagi, nonostante il miglioramento delle cure, ha provocato 23 915 decessi dal primo ottobre, una cifra più che doppia rispetto agli otto mesi precedenti.

 

Un andamento simile si registra per l'Italia e, soprattutto, per il Veneto.   Il tasso di letalità italiano per il periodo fino al 30 settembre è stato un altissimo 11.40 per cento.   Cifra dovuta a 35 894 decessi su 314 861 casi di contagio.   Avremo bisogno di molto tempo e molti studi approfonditi per avere una spiegazione esauriente di questo altissimo tasso di letalità.   Dal primo ottobre al 30 dicembre, il nostro tasso di letalità è sceso fortemente al 2.13 per cento, non lontano dal valore tedesco.   Anche qui il dato percentuale è dovuto però ad un aumento fortissimo del numero di casi di contagio: ben un milione settecento sessantanove mila che, nonostante il miglioramento delle cure, ha prodotto 37 710 decessi tra il primo ottobre e il 30 dicembre.

 

Il caso del Veneto è ancora più notevole.   Questa regione nel periodo fino al 30 settembre ha avuto un tasso di letalità poco inferiore a quello medio italiano: il 10.76 per cento.   Questa cifra è stata dovuta a 2 198 decessi su 20 419 casi di contagio registrati.   Tra il primo ottobre ed il 30 dicembre il tasso di letalità del Veneto è sceso al 1.84 per cento, un valore simile a quello tedesco.   Ma questo risultato è stato dovuto ad un aumento spettacolare del numero dei contagi che sono passati dai poco più di ventimila casi del periodo precedente a ben 228 650.   Nonostante il miglioramento delle cure, questo non ha potuto impedire il verificarsi di 4 200 decessi rispetto ai circa 2 200 degli otto mesi precedenti.  

 

Queste cifre mostrano chiaramente come la consapevolezza di avere un sistema sanitario forte o rafforzato ha probabilmente indotto le autorità di questi paesi/regioni a tollerare un aumento eccessivo dei nuovi contagi e a ritardare l'introduzione di nuove misure restrittive.   Anche se si ha un eccellente sistema sanitario (cosa difficile da affermare per l'insieme del nostro paese) bisogna assolutamente evitare che troppe persone si ammalino e finiscano in ospedale.   Per quanti sforzi si facciano, alcune di queste persone perderanno la vita.   Le cifre per il Veneto sono probabilmente influenzate dal largo uso di test rapidi che possono portare a tamponi mirati e quindi ad un più alto numero di casi registrati (e ad un più basso tasso di letalità).   Ma questo non cambia le conclusioni: la disponibilità di una forte capacità ospedaliera ha forse ritardato l'adozione delle misure di restrizione che si sarebbero dovute prendere.

 

Questo significa che bisogna prendere misure forti per ridurre il numero dei nuovi contagi a cifre che permettano un tracciamento effettivo indipendentemente dalla capacità del sistema ospedaliero.   Concretamente penso che questo significhi un ritorno verso le soglie alla base della cartina pubblicata dal centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC).   Una soglia di non più di 150 nuovi contagi per 100mila abitanti su due settimane significa (se l'andamento della malattia fosse uniforme in tutto il paese) non più di 6400 nuovi contagi al giorno per l'Italia e non più di 8 900 per la Germania.   Prudenza vorrebbe che si avesse come obiettivo delle cifre un po' più basse.   In ogni caso, sia in Italia che in Germania oggi siamo lontani da queste cifre.

 

Bisogna sicuramente essere guidati anche dalla capacità dei nostri sistemi sanitari.   Ma il vincolo più forte, quando il sistema ospedaliero funziona abbastanza bene, è rappresentato dalla capacità di tracciare tutti i contatti di ogni nuova persona infettata e di tenere lo sviluppo dell'infezione sotto controllo.   Dal punto di vista della gestione di una epidemia, questo è forse più importante della capacità di curare chi si ammala di Covid-19.

 

Questo significa che nei prossimi mesi – fino a quando non avremo una percentuale molto alta di persone vaccinate – dovremo mantenere misure di restrizione che faranno male.   Le eccezioni dovranno dipendere dall'utilità sociale delle varie attività.   Sicuramente i servizi essenziali dovranno rimanere aperti; tra questi io includo la scuola.   Gli altri dovranno rimanere chiusi.   Non vedo la possibilità di riaprire bar, ristoranti e palestre molto presto.   E i contatti sociali dovranno continuare ad essere limitati il più possibile.  

 

Se la collettività chiede ad alcuni settori economici di cessare la loro attività nell'interesse pubblico è giusto che questa offra delle compensazioni, ma non sono ammissibili delle deroghe motivate da "concessioni" ad alcuni settori.   Le deroghe devono rimanere basate unicamente sull'utilità sociale delle varie attività.