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Primo Piano

Il default in fondo al tunnel

Chi è contro la Tav, vuole un paese che non cresce. Con più disoccupati e un debito più alto.

di Giuseppe Turani |

Il primo tunnel che attraversa le Alpi risale addirittura al 1707. Era cortissimo: 64 metri. Ma allora si scavava tutto a mano, a colpi di piccone e poi bisognava portare fuori a braccia i pezzi di roccia. I primi tunnel erano molto rudimentali e molto insicuri. Solo recentemente sono state introdotte aree di sosta e, in qualche caso, la circolazione alternata per evitare incidenti.

Sono più di trecento anni, insomma, che si forano le Alpi per consentire i collegamenti con il resto dell’Europa anche nelle stagioni invernali innevate. Questo a dimostrazione del fatto che i collegamenti con il resto del Continente sono sempre stati considerati fondamentali.

In nessun caso si sono registrate le polemiche di questi mesi sul traforo della Val di Susa. Anzi, in genere queste opere venivano festeggiate con cerimonie perché consentivano la crescita dei commerci e degli scambi.

Ma la Tav, si dice, costa un sacco di soldi. Non è vero. Si tratta di qualche miliardo a fronte di una spesa pubblica italiana di quasi 1700, ormai. Una spesa irrisoria quindi e che il nostro bilancio pubblico può sopportare tranquillamente e senza traumi.

Ma allora dove sta il problema? Sta nel fatto che quest’opera, come altre, si è trasformata in un simbolo. E intorno a essa girano i desideri e le tensioni di chi pensa che non ci si debba comunque fermare e chi pensa che invece si sia già fatto abbastanza.

Non a caso, contestualmente, sono scattate anche le polemiche contro il Pil (Prodotto interno lordo), che alcuni non vorrebbero più considerare come indice dello stato di salute di un paese per sostituirlo con il vago concetto di benessere (indefinibile per definizione). Eppure, la questione dovrebbe essere chiarissima: se non c’è uno scatto in avanti del Pil, sarà impossibile assorbire la disoccupazione esistente in Italia. Un paese che non cresce non ha bisogno di più lavoro, gli basta quello che c’era già prima.

Ma non basta. Nel caso italiano serve una crescita molto forte anche per ridurre il pesantissimo indebitamento esistente.

In conclusione, l’Italia non può puntare sulla stagnazione, ma è obbligata a scegliere la crescita. In caso contrario rischia non una lunga e felice esistenza senza scosse, ma il default, cioè il crollo.

Per alcuni questa è una cattiva notizia. Invece si tratta della normalità. Più crescita significa più lavoro per più gente, più soldi, più commerci, più occasioni di vita.