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Vittorio, un uomo del fare

Un libro di Maria Paola Merloni dedicato al padre, una lettura affascinante.

di Giuseppe Turani |

Di libri dedicati a capitani di industria ne abbiamo letti tanti. Ma questo che la figlia Maria Paola Merloni ha voluto dedicare al padre Vittorio fa eccezione. Intanto per il racconto, dettagliato e preciso, e poi per l’affetto. Ma è anche, forse inconsapevolmente, il racconto di un’epoca, di un’Italia di cui forse abbiamo perso le tracce e che non tornerà più.

Un’Italia in cui un giovane marchigiano (Fabriano) eredita dal padre un’azienda di distribuzione di bombole e ne fa una grande multinazionale degli elettrodomestici bianchi. Non a caso, ricordo bene, quando Vittorio scompare i suoi operai chiedono di poter portare la bara a spalle al cimitero.

È quasi la chiusura di un’epoca. Se l’autunno caldo si era aperto con l’abbattimento della statua di Marzotto a Valdagno, la fine di quella lunga stagione si ha con gli operai di Fabriano che vogliono onorare Vittorio Merloni per l’ultima volta.

Vittorio ha sempre lavorato tanto e non si è mai montato la testa. Aveva aperto una filiale in Inghilterra, che credo gli desse più problemi che altro. Ma lui insisteva: “Vedi, in Inghilterra ho tutta la concorrenza, così mi misuro, guardo cosa fanno loro”. E era rapido nelle sue decisioni, come deve essere un imprenditore. Ricordo ancora quando era in trattative per comprare la Indesit, azienda più grande della sua e più nota. Eravamo nella sua bellissima casa in Sardegna. Scusa, gli dico, ma se è così importante, offri di più, offri un prezzo che gli altri non possono battere. Si alza da tavola, va in studio e torna dopo due minuti: ho alzato la mia offerta, altri cinque miliardi. La Indesit sarà sua.

Un imprenditore, ma anche un uomo generoso. Una volta vengo ricoverato a Roma per un piccolo, ma fastidioso intervento. Finalmente arriva l’ora di tornare a casa a Milano. Vittorio viene in ospedale, mi accompagna all’aeroporto, ma non a Fiumicino, a quello dei jet privati: li, c’è il mio aereo, a Milano c’è già il mio autista che ti aspetta, fa buon viaggio.

Faceva così con tutti.

Ma, ripeto, fra una cortesia e l’altra, ha costruito un piccolo impero. Forse è stato uno degli ultimi a farlo, in Italia.

È stato anche presidente della Confindustria, un ottimo presidente. Ci scherzava sopra: sai perché mi hanno eletto? Perché sono il più grande dei piccoli e il più piccolo dei grandi. Ma non era vero. Lo avevano scelto perché si sapeva che era un saggio. A un certo punto gli amici hanno cominciato a chiamarlo Obi-Van-Kenobi.

È stato il presidente di Confindustria che ha dato la disdetta della scala mobile: domani mattina partono i motociclisti con la lettera di disdetta, io vado in visita a una fabbrica in Portogallo, così mi tolgo di torno e evito le polemiche. No, gli dicono gli amici, devi stare qui e difendere la tua scelta. Farà una conferenza stampa, con domande e risposte.

Vittorio era così, un uomo trasparente. Faceva un sacco di cose. Era accudito da tre segretarie (Rona, Milano, Fabriano, Liliana, Marisa, Nadia), che lo adoravano e che erano quasi più efficienti di lui.

Alla fine, come racconta con affetto Maria Paola, viene colpito da Alzheimer. Ma conservava le vecchie abitudini. Dopo mangiato chiamava l’autista per andare in ufficio. L’autista faceva un giro della piazzetta, e poi lo riportava casa: in ufficio tutto a posto, annunciava. In questa fase difficile, in questo ultimo viaggio, due amici gli sono stati sempre vicino: Giuseppe De Rita del Censis e Luigi Abete, che ne prenderà il posto alla testa della Confindustria.

Adesso Maria Paola gli ha dedicato questo piccolo delizioso monumento di carta. Il ritratto di un padre affettuoso, ma anche di un costruttore, di un uomo del fare.

Per tutti, un amico carissimo.