Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Al British Museum con Vittorio Foa

Sapeva già tutto, ma in agosto andava a Londra a studiare, mica al Papeete a riempirsi di aperitivi.

di Giuseppe Turani |

La buona notizia politica è che la corsa di Matteo Salvini è finita. Era arrivato al 34 per cento, sognava il 40 cento o forse anche il 51. Oggi è sotto il 30 per cento. E, se è vero, come è vero, che nei sondaggi si deve guardare la derivata prima e non il semplice risultato, il capo della Lega risulta in discesa, inarrestabile.

Due gli elementi che hanno capovolto la sua storia:

1- Salvini medesimo, talmente ossessivo, onnipresente, da far desiderare che sparisca o almeno che si moderi. Forse anche il cuore immacolato di Maria, a furia di sentirsi tirare in ballo nei comizi del nostro, si è lievemente rotto e ha scagliato qualche fulmine divino. O, forse, un rosario di ferro.

2- Le sardine, qualunque cosa siano e ovunque vadano, gli hanno conteso il primato della piazza. Hanno dimostrato che altri possono riempire le piazze e proprio contro di lui.

Se si votasse anche domani mattina, non avrebbe alcuna maggioranza assoluta e dovrebbe aprire un tavolo di trattativa con quelli di Berlusconi e con la Meloni, distribuire ministeri e competenze. A una combriccola del genere, Mattarella potrebbe anche riuscire a imporre un presidente del Consiglio di garanzia. Esiste una buona probabilità, cioè, che Salvini non salga mai le scale di Palazzo Chigi.

Anche perché, oltre a avere stufato le piazze, comincia a stufare anche i suoi. Il combattente invincibile, l’eroe di tante piazze, sembra un po’ un cavallo azzoppato, mica più tanto invincibile, e ripetitivo. Spesso lo fischiano e lo cacciano via. E nella Lega stanno seriamente pensando a qualcun altro, meno rozzo.

L’ultima trovata (come facciamo con i porti aperti e il coronavirus?) è talmente idiota che se ne sarà vergognato lui stesso: facciamo i controlli, pistola.

C’è voluto tanto tempo, ma ormai è chiaro a tutti: Salvini sa immaginare soltanto un’Italia-fortezza, chiusa, guardianata, senza uscite e senza entrate. E un disegno perdente su tutti i fronti.

Potrei fare dei lunghi elenchi, ma mi limito a ricordare a questo super-ignorante leghista che se l’Italia, anni fa, è arrivata prima nei computer (e poi si è persa) lo si deve all’ingegnere di origine cinese Mario Tchou, segnalato a Adriano Olivetti (ma guarda un po’) da Enrico Fermi, il grande scienziato italiano che il fascismo aveva costretto a fuggire in America (moglie ebrea). Fermi, ritirato il premio Nobel, fuggirà negli Stati Uniti e andrà poi a far parte del gruppo di Alamogordo, che nel deserto del New Mexico metterà a punto la bomba atomica che consentirà all’America di vincere la guerra e di diventare la potenza che è oggi.

Ancora. Salvini non può aver conosciuto Vittorio Foa, una delle persone più straordinarie del sindacalismo e della politica italiana, e che il fascismo, naturalmente aveva messo in galera. Negli anni Settanta era già un uomo maturo, ma nel mese di agosto lo si poteva incontrare, sempre, a Londra nella biblioteca del British Museum, che studiava, insieme alla moglie Lisa Foa, grandissima esperta di Cina, passata per il carcere di San Vittore durante il fascismo.

Salvini, Foa sapeva già tutto, ma andava a studiare al British Museum durante le vacanze. Non al Pepeete a strafogarsi di aperitivi e paninazzi con il salame e la mostarda.