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La lunga marcia contro il virus

Sarà una battaglia complicata e difficile, che metterà a dura prova governi e popolazione.

di Fabio Colasanti |

Oggi siamo tutti giustamente impegnati nella lotta alla diffusione dell'epidemia di Covid-19, cosa che richiede di "stare a casa" il più possibile, ma dovremmo cominciare a riflettere a quello che potrebbe succedere tra un mese o due.   L'epidemia non sarà scomparsa e dovremo fare delle scelte difficili.

 

Molti hanno fatto notare il fatto che i cittadini europei costituiscono una popolazione, nel suo insieme, benestante e anziana.   Cerca sicurezza più che l'aumento dei redditi o dell'occupazione.   Questo si traduce in una continua richiesta di norme di protezione contro ogni rischio immaginabile.   I governanti reagiscono alle pressioni dell'opinione pubblica ed emanano quindi sempre più norme di protezione o inaspriscono quelle esistenti.   Questo è comprensibile, tante misure ci sembrano assolutamente giustificate, ma ha creato una situazione dove è sempre più difficile aprire o sviluppare attività economiche con conseguenze sui livelli di occupazione e la crescita dei redditi.

 

L'Italia è un caso estremo di questa tendenza comune alla maggioranza dei paesi europei.   Abbiamo più norme e spesso sono più ambiziose di quelle in vigore negli altri paesi.   Per esempio, le nostre  regioni tendono ad avere norme in materia di protezione ambientale più severe di quelle previste dalle direttive europee.   Il rispetto effettivo di queste norme, di protezione ambientale e altro, non è sempre garantito (eufemismo notevole), ma la loro semplice esistenza ha un potere dissuasivo su chiunque consideri il lancio di una nuova attività economica o lo sviluppo di una esistente.

 

Questa preferenza della nostra opinione pubblica sta già creando tensioni nelle discussioni sulla chiusura delle attività produttive per limitare la diffusione del coronavirus, tensioni che rischiano di esplodere tra un mese o due.   Ieri e oggi abbiamo assistito a prese di posizione diverse della Confindustria e dei sindacati sulle dimensioni delle chiusure di attività produttive, ma tra un mese o due il dibattito potrebbe essere molto più generalizzato ed aspro.

 

Tra uno o due mesi saremo confrontati a scelte angosciose.   Non penso che il nostro paese, o qualsiasi altro paese europeo, possa permettersi un livello di blocco di tutte le attività come quello attuale per un periodo molto lungo.   Non si tratta solo di un problema economico, ma anche di un problema sociale.

 

Oggi stiamo vivendo l'obbligo di restare a casa quasi come una vacanza forzata.   Due, tre o quattro settimane di inattività ci sembrano possibili e tollerabili.   Ma riflettiamo a cosa questo potrebbe portare in tanti casi.   Immaginate il caso di qualcuno che abbia un problema con la sua automobile, lavatrice, televisione o computer e che non possa farli riparare o sostituire.   Immaginate di avere un guasto che richieda l'intervento di un idraulico, elettricista o di un altro tecnico.   La "vacanza" rischia di diventare un incubo.   E con il passare del tempo il numero di questi casi sfortunati non può che aumentare.

 

Immaginate cosa significa nel tempo il blocco di tante attività di servizio come l'interazione con la pubblica amministrazione, con un consulente, con un avvocato o con qualunque altra delle tante figure professionali di cui abbiamo bisogno.   Da queste attività dipendono tante cose molto importanti per la nostra vita.

 

Immaginate le conseguenze della chiusura delle scuole e delle università.    Molti stanno scoprendo le possibilità offerte dalle telecomunicazioni, cosa molto positiva di per se.   Ma le lezioni a distanza non possono essere un'alternativa di lungo termine alla normale vita accademica.

 

I governi stanno intervenendo tutti per compensare in parte le perdite di reddito dovute alla crisi del Covid-19, ma rimane il fatto che la disoccupazione aumenterà in maniera molto forte.   Basta pensare a tutti i dipendenti degli alberghi, bar, ristoranti e del settore turistico in genere.   La Lufthansa ha 763 aerei e ne ha bloccati 700; molte altre compagnie aeree hanno sospeso tutte le loro attività almeno fino alla seconda metà del mese di aprile.   Il settore del turismo, che per tanti anni è cresciuto molto più rapidamente del resto dell'economia, impiegherà moltissimo tempo per ritornare – se mai ci riuscirà – ai livelli pre-crisi.

 

Troppi governi hanno preso misure di restrizione all'ingresso di persone nei loro paesi che spesso non sono giustificate dalle necessità di contenimento dell'epidemia.   È assolutamente necessario avere "zone rosse" dove esistono dei focolai di infezione, ma delle restrizioni basate genericamente sulle frontiere di un paese sono spesso illogiche e ingiustificate.   Queste misure hanno una componente populistica ovvia; esprimono la paura dello straniero e la rinforzano indicandolo indirettamente come possibile untore.   Donald Trump non parla di coronavirus o di Covid-19, parla di lotta contro il virus cinese.   Le misure restrittive alla libertà di movimento attraverso le frontiere resteranno in vigore a lungo; politicamente saranno le più facili da mantenere.   E questo sarà un ostacolo considerevole sulla via del ritorno alla normalità del settore turistico.

 

Ma oggi tutte le attività produttive sono molto più fortemente collegate le une alle altre.   Lo abbiamo visto in questi giorni nel momento in cui si è presa la decisione politica di bloccare tutte le attività meno quelle legate alla produzione di beni alimentari e medicine.   Giustissimo.   Ma dove sono i confini di queste attività?  I prodotti alimentari e le medicine devono essere confezionati in maniera da poter essere trasportati e venduti.   Le ditte che li producono hanno quindi almeno bisogno del lavoro di quelle che producono imballaggi, anche di plastica.   E sicuramente avranno bisogno di tante altre produzioni intermedie.   Possiamo bloccare le attività che producono gli imballaggi e le altre produzioni intermedie?

 

Decenni di pace e stabilità, la riduzione fortissima dei costi di trasporto e il quasi azzeramento dei costi delle telecomunicazioni hanno portato alla creazione di catene di produzione molto più elaborate e con un forte carattere transnazionale.   Questo ci ha dato una forte crescita economica, soprattutto nei paesi emergenti, e la disponibilità di tantissimi beni di consumo a dei prezzi inimmaginabili qualche decennio fa.   Ma oggi le imprese rischiano di essere ostacolate dai ritardi o dal blocco dell'arrivo di tante componenti essenziali per le loro attività.   I media ci parlano delle lunghe file di camion che si sono formate ad alcuni varchi frontalieri (in qualche caso anche 60 km di fila).

 

Ma ci sono tante altre conseguenze sociali.   Mi ha colpito l'informazione su di un quindicenne di Bari bloccato fuori casa senza un valido motivo per la terza volta e portato in questura.   La misura oggi è giusta.   Ma pensiamo alle dimensioni probabili dell'alloggio di questo ragazzo e alla situazione familiare in cui potrebbe trovarsi.    Molti hanno alloggi confortevoli e situazioni familiari normali.   Per loro il confinamento forzato potrebbe addirittura avere degli aspetti positivi.   Ma tanti non sono in questa situazione

 

Tra un mese o due potremmo quindi essere in una situazione molto difficile.   Per molte persone l'accettabilità sociale del confinamento a casa potrebbe aver raggiunto i suoi limiti, le preoccupazioni dei tanti disoccupati potrebbero tradursi in proteste e potremmo vedere delle interruzioni di molte attività economiche con ripercussioni visibili nei negozi e nei supermercati.   Le raccolte agricole in vari paesi europei sono ostacolate dal mancato arrivo di lavoratori stagionali dalla Romania, Bulgaria e da altri paesi.  Riassumendo, non possiamo mantenere le restrizioni attuali di "distanziamento sociale" per un periodo tropo lungo.

 

Non c'è dubbio che oggi ne abbiamo bisogno.   Dobbiamo "sopprimere" – per usare il linguaggio degli specialisti – l'epidemia il più possibile.   Questo è necessario per ridurre l'afflusso di persone malate negli ospedali che sono confrontati ad un compito che supera molto spesso le loro capacità e guadagnare tempo per ampliare la capacità dei nostri sistemi sanitari e per trovare cure più efficaci.   Il problema non si porrà più il giorno in cui avremo un vaccino.   L'epidemia sarà vinta quando una percentuale molto alta della popolazione sarà immunizzata per aver già contratto la malattia o essere stata vaccinata.

 

La Cina e la Corea del Sud hanno ottenuto risultati notevoli nella "soppressione" dell'epidemia.   In questi due paesi, il numero di nuovi casi di contagio e di decesso è molto basso.   Ma noi non stiamo facendo le stesse cose che hanno fatto loro.   Le misure di "distanziamento sociale" prese in quei due paesi e nel resto del mondo sono simili, ma Cina e Corea le hanno potute applicare in maniera molto rigorosa.   Ma questi due paesi hanno anche messo in opera una politica molto efficace di identificazione e messa in isolamento di tutte le persone che potrebbero di contagiarne altre.   Questo ha implicato controlli ("tamponi") molto numerosi e la messa in quarantena – spesso in centri ad hoc – delle persone risultate "positive" ai test e che non richiedevano l'ospedalizzazione.   Dubito che i paesi europei e l'Italia abbiano la capacità tecnica di mettere in piedi un sistema del genere.   In questi giorni se ne comincia a parlare anche nei media, ma ci vorrà molto tempo per replicare quello che è stato fatto in oriente.

 

Questo significa che è molto improbabile che tra un mese o due noi – l'insieme dei paesi europei – si abbia delle cifre sulla diffusione dell'epidemia incoraggianti come quelle di Cina e Corea.   La diffusione dell'epidemia non scomparirà rapidamente.  Quindi i governi saranno di fronte ad un grosso dilemma.  

 

Da un lato, ci saranno forti pressioni per una riduzione sostanziale delle restrizioni oggi in vigore.  Si tratterà di una versione molto più forte degli appelli alla "riapertura" che sono circolati in Italia e in Lombardia a fine febbraio.   Le misure economiche che tanti governi stanno prendendo per contrastare l'inevitabile forte recessione avranno un'efficacia solo se la popolazione potrà lavorare, viaggiare e consumare.

 

Dall'altro, ci saranno tanti che chiederanno la continuazione delle restrizioni attuali almeno fino all'improbabile raggiungimento di cifre di nuovi contagi come quelle cinesi e coreane.   Queste persone faranno valere il fatto che in Cina e Corea molte restrizioni sono oggi ancora in vigore.  

 

Ho paura che nel nostro paese queste tensioni possano essere difficili da gestire e che conducano alla perdita del consenso che il governo ha guadagnato nelle ultime settimane.   Sarà necessario cominciare a preparare l'opinione pubblica a questo inevitabile difficile dibattito.   Non si tratta di opporre l'economia alla salute.   Si tratta di scegliere tra due forme di disagio sociale molto forti.   Finora mi sembra che solo il presidente Macron abbia fatto riferimento a questo problema.   Potrebbe essere utile se i leader delle istituzioni europee, che non devono essere rieletti (ma che vogliono comunque essere popolari), cominciassero a spiegare i termini del dilemma.