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Lontano dalle guerre

Per liberare Giuliana Sgrena a Bagdad rimase ucciso Nicola Calipari, dei nostri agenti dei servizi segreti militari. (Nella foto: Giuliana Sgrena)

di G.T. |

Forse è inutile parlarne, ma sto pensando agli amici che di mestiere fanno i corrispondenti di guerra (o ai quali è capitato di essere dentro a molte guerre). A nessuno di loro è successo quello che è capitato a Silvia Romano.

Il perché è abbastanza evidente: di solito sanno quello che fanno, stanno attenti e non si espongono a rischi inutili.

L’unico caso è quello di Giuliana Sgrena, inviata del Manifesto a Bagdad. La sua convinzione (sbagliata, purtroppo) era che essendo di sinistra non le sarebbe capitato niente. E invece viene rapita (a Bagdad, evidentemente, ignorano che cosa sia il Manifesto).

I nostri servizi militari mandano giù, per liberarla, uno dei nostri migliori agenti del servizio segreto militare, Nicola Caliipari, che riesce a trattare la sua liberazione. È una notte di pioggia molto intensa, con pochissima visibilità. L’auto con la Sgrena e i suoi liberatori corre veloce verso l’aeroporto, dove li attende un volo per l’Italia. Ma partono dei colpi di arma da fuoco (300, dicono), da parte forse degli americani, che vedono l’auto forzare i posti di blocco (dicono, ma i nostri negano). Nella confusione rimane ucciso Lipari e la Sgrena viene ferita a una spalla.

Non c’è una morale da ricavare da tutto ciò. Se non che aggirarsi nelle zone di guerra (o vicino a esse) non è un mestiere da dilettanti. Servono esperienza, protezioni e una buona dose di fortuna.

Ricordo (ma è un omaggio a un grande reporter, più che altro) che Robert Capa, ex reduce dalla Guerra di Spagna, alla fine muore incidentalmente su una mina in Vietnam.

Insomma, non si va a fare del turismo con brivido dove girano milizie armate e dove si spara. Si sta a casa.