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A cosa è servito il no

Il referendum non basta. C'è da fare tutto il resto.

di Ernesto Trotta |

Come sappiamo, il referendum sulla riduzione dei parlamentari ha registrato 17 milioni di SI (70%) e 7 milioni e mezzo di NO (30%). Vittoria netta, ma numeri consistenti per entrambe le opzioni.
Non è stato un plebiscito, segno che il tema è sentito da molti (circa 25 milioni di persone).
Tutti (chi ha votato SÌ e chi ha votato NO) sapevano che il referendum non era autoconsistente: nel senso che, oltre alla mera riduzione dei parlamentari, serviva certamente di più per evitare guai istituzionali seri, su cui si sono scritte colonne in abbondanza. Adesso bisogna fare il resto.
 
E la strada è lunga e complessa perché non si tratta solo di regolamenti, aggiustamenti di collegi e leggi ordinarie, ma è indispensabile mettere ancora mano, e in modo non proprio leggero, alla Costituzione: ci si poteva pensare prima e fare una riforma organica più completa, ma ci ha provato Renzi nel 2016 e gli ha detto male; ora è andata così e tocca metterci riparo.
Si fa un gran parlare di legge elettorale, come se il problema fosse tutto e solo lì. Non è così. Anzi, a mio modesto parere, essendo necessaria una profonda riprogettazione di tutto il sistema istituzionale, la legge elettorale dovrebbe essere l’ultima cosa da fare, dopo aver definito in che quadro essa deve operare.
Le opzioni maggioritario o proporzionale sono entrambe sul tavolo ed in principio sono entrambe percorribili ma, detta così, è come dire niente; bisognerebbe, per evitare di dividersi come in un derby di calcio, valutare concretamente il complesso delle riforme. Il sistema francese e quello tedesco funzionano entrambi egregiamente, ma miscugli fantasiosi potrebbero essere deleteri.
E qui i sette milioni e mezzo di voti per il NO dovrebbero avere un peso politico non trascurabile. È evidente che essi chiedono alla classe politica di non giocare con la Costituzione e anzi di approfittare del momento per superare almeno alcune delle sue storiche carenze, più volte denunciate e mai riparate, per motivi non tutti pregnanti e spesso solo contingenti, come nel 2016.
Cominciano a circolare documenti con proposte interessanti (i cosiddetti dieci punti di Zingaretti, tra i quali l’aumento delle leggi da affrontare con le Camere in seduta congiunta, la sfiducia costruttiva, la regionalizzazione del Senato, …) oltre a prese di posizione nette a favore di sistemi conosciuti come il vecchio e sempre rimpianto Mattarellum. Buon segno. Bisogna solo che tutto questo fervore riformatore si scarichi in progetti di leggi ordinarie e costituzionali, che vengano elaborati e discussi al più presto, approfittando dei due anni e mezzo che ancora mancano alle elezioni del 2023. Non è tantissimo, ma non è nemmeno poco. Ricordo che le leggi costituzionali richiedono almeno un anno, in forza dell’art. 138 (doppia lettura ed eventuale referendum).
Non c’è tempo da perdere.
In un Paese ordinato, non isterico, con un corretto rapporto istituzionale tra maggioranza ed opposizione, verrebbe istituita in poche settimane una Commissione Bicamerale (o qualcosa di simile, purché distinta dalle attività del Parlamento legate alla ricostruzione ed all’uso del Recovery Fund), che in sei-otto mesi al massimo dovrebbe elaborare tutti i testi necessari, possibilmente con il concorso dell’opposizione, e metterli a disposizione delle Camere per la discussione finale e l’approvazione. Pio desiderio!
Temo che non succederà e che anzi si andrà avanti in ordine sparso col rischio di trovarsi ad arrabattare l’ennesimo pasticcio alla fine del 2022. Spero di essere smentito.
I sette milioni e mezzo di NO (ma anche moltissimi del SI) dovrebbero vigilare; i media più importanti, quasi tutti schierati per il NO, dovrebbero ora tenere altissima l’attenzione e non far cadere il discorso.
Lo faranno? Vedremo se avranno l’onestà intellettuale di sollecitare efficacemente la classe politica.
 
Ecco: com’era logico, i problemi malamente accantonati prima o poi si ripresentano. Chi nel 2016 pensava di avere respinto un pericoloso attacco alla Costituzione e brindava alla sconfitta dell’aspirante despota Renzi adesso deve riconoscere che i temi posti allora erano ineludibili e quindi dovranno essere di nuovo affrontati. Forse stavolta non si toccherà il CNEL (guai!), ma il Titolo V sulla ripartizione dei poteri tra Stato e Regioni dovrebbe essere pesantemente rivisto, soprattutto dopo la disastrosa (sotto quell’aspetto) esperienza Covid.
Ancora una volta la politica è di fronte a problemi che vorrebbe schivare, ma la realtà è più forte e questi tornano indietro come boomerang.
Io domenica scorsa ho votato NO, ho perso, sono ugualmente convinto di avere fatto bene, ma ora bisogna guardare avanti. Avessi votato SÌ, chiederei la stessa cosa, anzi pretenderei che il mio voto non venisse svilito e calpestato in un pasticciaccio indigeribile di finte riforme. Il centrosinistra forse lo ha compreso, i cinquestelle chissà, presi come sono dal loro irrefrenabile declino, mal compensato dal risultato parziale ed inconcludente del referendum. Bisogna metterli alla prova. Subito, senza far passare tempo. Prima che il tema venga sbiadito e superato da altre incombenze che non mancheranno.
La politica e l’informazione sono assai volubili, il mondo reale molto meno.
 
 
Ernesto trotta
Torino