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Due o tre cose che so del virus

Un ingegnere metalmeccanico ci spiega che cosa si può fare contro il virus. (Dati non aggiornati)

di Ernesto Trotta |

Non sono un biologo, né un medico, sono solo un ingegnere, un metalmeccanico ma, da metalmeccanico, vorrei provare a mettere in fila quattro considerazioni sulla pandemia.
 
Innanzitutto, di cosa stiamo parlando.
Il virus, lo si può rilevare da Wikipedia, è un’entità biologica con caratteristiche di parassita. Vive cioè attaccato ad un altro essere vivente, non necessariamente umano, attraverso il quale si nutre ed al quale può creare disfunzioni organiche anche importanti (non sempre, non tutti i virus sono nocivi). Insomma, il virus infetta e spesso fa ammalare, con esiti i più diversi, dal banale raffreddore a malattie nefaste.
L’organismo ospitante, nella fattispecie l’essere umano, è dotato di un sistema immunitario che, rilevando la presenza di un parassita estraneo, cerca di difendersi producendo specifici anticorpi, che devono attaccarlo e neutralizzarlo. Molto spesso ce la fa senza problemi, talvolta non riesce a farlo in fretta (quindi nel frattempo l’organismo si ammala), talvolta non riesce per nulla e quindi l’organismo può soccombere, cosa che ovviamente fa soccombere anche il virus.
Poiché nessun essere vivente ha tendenze suicide (ad eccezione dell’umano, talvolta), per il semplice fatto che, se le avesse, non esisterebbe più, il virus tende a moltiplicarsi ed a diffondersi, passando da un ospite all’altro. Nella nostra fattispecie il coronavirus si diffonde per via aerea, cioè è in grado di uscire da un soggetto attraverso il suo respiro (le famose goccioline) ed entrare in un altro, che si trovi nei paraggi, sempre attraverso il respiro o il contatto diretto. Il virus non ha capacità di locomozione autonoma (non cammina, non vola, se non con le goccioline), ma può solo diffondersi usando la mobilità di chi lo ospita e le sue emissioni aeree.
Le possibilità di combattere e debellare un virus nocivo sono sostanzialmente:
usare un farmaco che lo neutralizzi (antivirale), una specie di veleno selettivo che uccida il virus;
inoculare un vaccino, ovvero un simil virus depotenziato, costruito in laboratorio, che stimola ed aiuta il sistema immunitario a sviluppare anticorpi per bloccarlo nel momento in cui esso si presenti;
impedirgli di diffondersi passando da un individuo all’altro (il famoso indice Rt è il numero medio di persone infettate da ogni singolo infetto: se Rt è 2, ad esempio, vuol dire che ogni infetto ne infetta in media altri 2 e così in progressione geometrica, con numeri che diventano presto spaventosi).
 
Come ormai sappiamo bene, tutte queste strade sono aperte e tutte sono capaci di dare ottimi risultati. A patto di avere tempo a sufficienza. Infatti, i farmaci antivirali devono essere specifici e vanno sviluppati ad hoc, lo stesso per i vaccini, e di entrambi bisogna provare l’assoluta innocuità per gli umani che li ricevono. Si tratta di processi lunghi, che una volta duravano anni, mentre oggi, grazie al progresso scientifico e ai mezzi tecnologici, durano comunque molti mesi. Ma nel frattempo il virus si diffonde e produce effetti nefasti in un numero sempre crescente di persone. È la pandemia. Vanno in crisi i medici, si intasano gli ospedali, le terapie intensive non sono più sufficienti, con tutto quel che purtroppo abbiamo imparato a conoscere …
 
È chiaro quindi che, nell’attesa di farmaci o vaccini, solo la terza strada è praticabile con una certa efficacia: bisogna frenare e possibilmente bloccare la diffusione per permettere alle strutture sanitarie di accogliere ed accudire gli inevitabili malati.
Da qui la necessità di ridurre i contatti con altre persone, di evitare i posti affollati, di proteggersi con mascherine o altri dispositivi di protezione individuale (DPI). È il “lockdown”, soft o hard, parziale o totale.
Se per ipotesi tutti, ma proprio tutti, se ne rimanessero chiusi in casa per un tempo congruo, rigidamente isolati, in capo a qualche settimana il virus non saprebbe più chi infettare, per cui la sua diffusione si fermerebbe e verrebbe sconfitto dagli anticorpi, che nel frattempo gli organismi avrebbero prodotto. Qualcuno certamente soccomberebbe, insieme al virus, ma il contagio si spegnerebbe.
Ovviamente questo scenario non è praticabile in modo rigoroso (anche se in Cina, paese a forte controllo sociale, diciamo così, l’hanno fatto con ottimi risultati), per cui bisogna escogitare qualcosa che permetta di seguire la diffusione del virus e metterla perlomeno sotto controllo.
Questo “qualcosa” è il TRACCIAMENTO, che significa registrare tutti i contatti di chi ha contratto il virus, raggiungerli, testarli e isolare quelli positivi, lasciando gli altri liberi di vivere normalmente. Con numeri limitati questo può essere fatto abbastanza agevolmente; più i numeri crescono più diventa impegnativo, ma la famosa app IMMUNI (ed altre similari) è stata creata apposta per questo. Raggiungere tutti i potenziali infettati e isolare i positivi favorisce lo spegnimento AUTOMATICO del contagio. È cosa non semplice, richiede organizzazione e personale addestrato, ma funziona.
E si può ricavare una importante conclusione: in attesa di farmaci e vaccini, il TRACCIAMENTO rigoroso è l’unica forma ragionevole e praticabile di controllo. La tecnologia ci dà una mano con strumenti tipo IMMUNI, che solo pochi anni fa sarebbero stati impensabili, quindi la scelta di usarli è solo una scelta politica, sociale, organizzativa.
Inutile girarci intorno: non ci sono altre strade. Altrimenti si corre dietro affannosamente alla realtà, esattamente come stiamo facendo oggi in quasi tutto il mondo occidentale. In Oriente hanno fatto le cose sul serio, e non solo nella Cina retta da un regime totalitario, anche nella democratica Corea del Sud e persino in Giappone. Paesi delle nostre dimensioni, con regimi liberali. Quindi, si può fare!
 
Dirò di più: SI DEVE FARE! Perché ormai è chiaro che pandemie del genere sono in grado di provocare danni strutturali e conseguenze economiche e sociali terribili per i popoli e gli Stati. Cambiano la geopolitica, influiscono sui rapporti internazionali, rischiano di indebolire pericolosamente i sistemi politici di interi continenti: l’Europa, ad esempio, pur con i suoi 500 milioni di abitanti e oltre il 20% del PIL mondiale, corre il rischio di rimanere stritolata tra giganti economici e militari (Cina, Russia, USA), che possono sfruttare le divisioni, le debolezze, le incertezze dei nostri 27 piccoli Paesi per niente coesi, e mangiarci in un sol boccone.
Abbiamo capito che corriamo il rischio di perdere ogni parvenza di indipendenza e di sovranità a livello continentale?
Abbiamo capito che i nostri bei sistemi democratici, il nostro amato Welfare, sono destinati a collassare sotto una massa mostruosa di debiti, che prima o poi bisognerà ripagare e che ci espongono ai ricatti di chi quei soldi ci ha prestato?
Abbiamo capito che c’è un prezzo da pagare e che la difesa di un’ipotetica privacy (peraltro continuamente e macroscopicamente violata senza alcuna resistenza sulla rete) rischia di essere solo una stolida pantomima?
Vogliamo capire che, o riusciamo a dotarci degli strumenti per gestire in modo rapido ed efficace queste emergenze, o prima o poi perderemo tutto, altro che la privacy?
 
Non mi piace fare il catastrofista, non è nelle mie corde, ma la situazione a me pare di estrema chiarezza nella sua minacciosità.
L’Europa, tutta intera, deve sviluppare al più presto strumenti, metodi, normative, regole, sistemi di misura, COMUNI e COGENTI per affrontare casi come questo.
Non disperiamo: la parte scientifica è già abbastanza ben coordinata, e si vede da come le cose stanno procedendo per farmaci e vaccini. Sul lato del tracciamento siamo invece all’età della pietra.
Serve come minimo una IMMUNI europea, comune, obbligatoria per tutti (e chi non ha lo smartphone, conviene regalarglielo …!), e procedure che scattino automaticamente alle prime avvisaglie di possibili epidemie, con personale sempre pronto ed addestrato. Solo così si può evitare di far esplodere i numeri come adesso, solo così si può tenere sotto controllo un fenomeno che non è né episodico, né raro. Purtroppo, le epidemie capitano, sono sempre capitate e capiteranno ancora. Non illudiamoci, anche se un migliore controllo degli “spillover” è certamente possibile ed auspicabile.
 
Ahimè, non mi pare di vedere molta sensibilità al problema. Sembriamo (siamo) tutti spaventati, aspettiamo farmaci e vaccini come la manna dal cielo, ma chi si sta preoccupando sul serio di mettere tutto ciò a sistema a livello almeno europeo? Bisogna farlo, subito, è imprescindibile: ne va della sopravvivenza non solo delle persone ma, peggio ancora, di un intero sistema sociale, di un modello di vita.
 
Ernesto Trotta
Torino