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I buoni e i cattivi

Che cosa sta cambiando nella civiltà occidentale. (Nella foto: Sigmund Freud)

di Ernesto Trotta |

Nei film americani, immancabilmente, ci sono “i buoni” e ci sono “i cattivi”, l’eroe ed il “villain”.
A volte il buono sembra cattivo ma non lo è, oppure il cattivo all’inizio sembra buono ma alla fine si rivela cattivo, altre volte il cattivo è proprio cattivo ma poi si redime e diventa buono, oppure il buono è buonissimo e il cattivo cattivissimo, e via così per millanta possibili combinazioni narrative. Ma una cosa resta certa: ci sono i buoni e ci sono i cattivi.
La filmografia europea è certamente meno netta, perché le discriminanti morali da queste parti sono sempre state più sfumate (non a caso la psicanalisi è nata a Vienna e, quando Freud e Jung andarono in America per un giro di conferenze all’inizio dell’altro secolo, sulla nave si dissero che gli americani, che li attendevano a braccia aperte, in realtà non si rendevano conto che loro “stavano portando la peste”).
Anche oggi in America c’è, con tutta evidenza, una profonda spaccatura tra i buoni ed i cattivi: o di qua o di là, con poche e difficilissime possibilità di muoversi da una parte all’altra o addirittura di comunicare tra una parte e l’altra.
Ovviamente i trumpisti sono convinti di essere loro i buoni, custodi dei sani principi degli americani della frontiera, bianchi (White), anglosassoni (Anglo-Saxon), protestanti (Protestant): WASP, insomma.
E sono pronti a difenderli, anche con terribili armi da guerra, da una massa di debosciati, forse anche pervertiti, radical chic, rammollite élite delle metropoli, che invece avrebbero tradito e violato le basi della sana e forte società americana.
Altrettanto ovviamente, i democratici elettori di Jo Biden pensano che gli altri siano una massa di zotici ignoranti e tendenzialmente violenti, razzisti, retrogradi, da combattere con ogni mezzo e da neutralizzare per il bene comune.
Non voglio qui entrare nel merito della disputa, anche perché non ho dubbi da che parte stare … non è quello il problema.
Da qualsiasi parte si stia, quello che colpisce è la nettezza e l’impenetrabilità delle rispettive posizioni, il fatto di considerarle a priori irriducibili, incompatibili, incommensurabili. Grosso problema, che mina alle basi la possibilità di una convivenza civile nella stessa società. Crea due ghetti, due mondi che possono solo combattersi, annichilirsi, senza riuscire a fare alcuno sforzo di coesistenza.
 
Sto certamente estremizzando e schematizzando, ma la società democratica occidentale sarebbe basata, per lunga tradizione, sulla tolleranza, sull’accettazione del diverso da sé, sulla compatibilità reciproca di fronte alle regole ed alle convenzioni in uso. Questo non significa smorzare le differenze, e men che meno mischiare tutto in un immangiabile pastone di pensiero unico. Significa solo riconoscere la legittimità delle diverse idee e la loro possibile coesistenza sotto un determinato insieme di regole, di norme, di usi e convenzioni. E questo funziona se e solo se l’atteggiamento è condiviso; altrimenti, se anche solo una parte, peggio ancora se molto consistente numericamente, si rifiuta, ecco che le possibilità di convivenza civile vengono ad essere fortemente minacciate.
Si gioca a calcio, o a basket, o a pallavolo, in squadre diverse e fieramente avversarie, ma si riconosce il ruolo ed il potere dell’arbitro, si condivide un regolamento, si usa una certa dose di “fair play”. La competizione non ne soffre, anzi, ma siamo pressoché sicuri che le partite così possono cominciare e finire senza tragedie, che tre giorni dopo si può giocare un’altra partita, con le stesse regole e così per un intero campionato. In caso contrario c’è spazio solo per scomposte risse da angiporto, dall’esito nefasto per tutti.
 
Tutto questo dovrebbe essere pacifico, scontato, ma non mi pare sia così… In tutto il mondo si sta purtroppo diffondendo una “cultura” (le virgolette sono d’obbligo) che invece tende a disconoscere il ruolo e l’esistenza stessa dell’avversario, del diverso, di chi viene percepito come una minaccia per l’esistenza propria e della propria consorteria. Non è affatto un processo rivoluzionario, che ha ben altre premesse socioculturali, è invece puro sovvertimento, nichilismo, culto della sopraffazione, nulla di riconducibile a millenni di progresso nella storia umana, che hanno portato con immensa fatica alla nascita delle società moderne, basate sul confronto e sul consenso: le democrazie, per capirci.
Dobbiamo essere coscienti che questo modo di intendere la competizione politica è profondamente regressivo, pericolosamente mistificatorio, potenzialmente distruttivo. C’è bisogno di un sussulto di coscienza, di una ripresa di consapevolezza degli enormi vantaggi che offre una società ordinata e regolata nei confronti di una in perenne conflitto, senza regole se non quella del più forte, senza possibilità di ricambio della classe dirigente all’interno di un quadro condiviso.
“Homo homini lupus”, diceva Thomas Hobbes, filosofo inglese di quattrocento anni fa che teorizzava l’irriducibile egoismo dell’essere umano. La Storia successiva non gli ha dato proprio del tutto torto, purtroppo.
Negli stessi anni un altro filosofo, Baruch Spinoza, olandese, ebreo scomunicato e ripudiato, gettava le basi del razionalismo e dell’illuminismo. A lui dobbiamo gran parte della nostra cultura democratica, tollerante, laica.
Nella nostra cultura, occidentale, europea, portiamo i germi di entrambe le visioni. Tocca a noi, solo a noi, propendere per l’una o per l’altra. Il nostro destino è nelle nostre mani: sappiamo cosa farne?
 
Ernesto Trotta
Torino