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Boom delle vetrine online

Sono oltre 20.000 ma non compesano la frenata dei negozi fisici (-16.400 dal 2009 al 2018). Consumi in calo anche quest'anno. 

di Redazione |

Non solo Amazon, Zalando, Booking, Alibaba o e-Bay. Accanto ai brand globali appena citati, è letteralmente "esploso" l'esercito delle imprese tricolore che hanno alzato le loro saracinesche virtuali sul web scegliendo l'e-commerce per vendere prodotti e servizi. 

I dati elaborati da InfoCamere e Unioncamere (sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio) dicono che a fine 2018 erano oltre 20.000 le imprese attive online attive nella vendita, un numero che è più che triplicato negli ultimi dieci anni.

L’offerta è varia e va dall'abbigliamento ai cosmetici, dall'arredamento e design agli articoli per bambini o per la pesca. Ma anche auto e moto, casalinghi, food, biciclette, parquet, prodotti farmaceutici, libri, occhiali, giocattoli fino alle "piante di acqua dolce", ai sistemi di allarme e ai servizi di pompe funebri.

Il canale digitale diventa dunque sempre più importante ma il boom non riesce a compensare le chiusure di attività commerciali fisiche.

«Confrontando il segmento delle vendite web con l'intero mondo del commercio, tra il 2009 e il 2018 le imprese della vendita al dettaglio attraverso internet sono infatti aumentate di 8.994 unità, pari ad una crescita media del 24 per cento all'anno. Nello stesso periodo, l'insieme del settore del commercio al dettaglio ha "perso" circa 16.400 imprese, pari ad una riduzione del 2 per cento nel decennio (passando da 866mila a 850mila unità)», precisa Unioncamere.

Le opportunità del web hanno stimolato più di ogni altri gli imprenditori del Sud. Se in termini assoluti le regioni a più alta crescita sono state Lombardia, Campania e Lazio (rispettivamente +2.634, +2.018 e +1.555 unità), in termini relativi quelle che sono cresciute a ritmo più sostenuto sono state Campania, Abruzzo e Calabria (tutte oltre la media del 35 per cento all'anno), seguite da Puglia, Basilicata e Sicilia con aumenti medi superiori al 25 per cento in ciascuno dei dieci anni considerati.

Tutto questo si confronta con un commercio in frenata: nel 2018 le vendite negli esercizi commerciali – web incluso – si sono ridotte di oltre 1 miliardo di euro, segnando la prima flessione tendenziale in quattro anni, come emerge da una simulazione condotta da CER per Confesercenti. Secondo cui lo scenario rimane difficile pure nel 2019.

Secondo le nuove proiezioni di Confesercenti, nell’anno in corso la spesa crescerà al massimo dello 0,4 per cento (la metà di quanto stima il governo per il 2019) per un totale di 3,6 miliardi di euro di consumi in meno: il risultato peggiore degli ultimi cinque anni. Le cause del rallentamento non sono solo legate alle problematiche internazionali. A pesare sui consumi  è anche la mancata crescita del potere d’acquisto delle famiglie, fermo ormai da otto anni (nel 2019, infatti, è ancora invariato rispetto al 2011). Incide, inoltre, il deterioramento della fiducia degli italiani, dovuto ad un quadro economico percepito come meno favorevole, che scoraggia le decisioni di spesa.

Anche se le misure espansive contenute nella manovra, tra cui il reddito di cittadinanza, potrebbero limitare il declino, c’è il pericolo, osservano ancora da Confesercenti, che i benefici vengano annullati se nel 2020 dovessero scattare i maxi-aumenti IVA previsti dalle clausole di salvaguardia, da cui è atteso a regime un aumento del gettito annuo di oltre 28 miliardi. Secondo le stime elaborate dal CER per Confesercenti, se attivate, le maggiori aliquote IVA provocherebbero nel prossimo biennio una riduzione di 10 miliardi della spesa delle famiglie. Una mannaia sui consumi e sul Pil da evitare con tutti i mezzi.