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Ondina e la lunga marcia

Prima staffetta partigiana d'Italia, cammina dalla Polonia meridionale fino a Trieste.

di Giuseppe Turani |

«Di Auschwitz ho un ricordo stupido se si vuole - ... una sera sono andata sulla soglia della porta della baracca e c'era una lunona grande. Pensavo - la vedono anche a casa mia. Mi ha preso un'angoscia, un male fisico, una nostalgia così dolorosa della mia gente, della mia terra, di casa... Avevo il terrore di non farcela e mi ricordo che ci torturavamo dicendoci - ... finirà presto la guerra, ci vedranno in questo stato e ci porteranno a casa con degli aerei. Avranno tutte le cure per noi ridotte in queste condizioni. Così in poche ore busseremo alla porta di casa e sentiremo dire - chi è ... Mamma, mamma ... E allora giù a piangere disperate ».

Chi parla così è Ondina Peteani, un’operaia dei cantieri navali di Monfalcone, nata a Trieste nel 1925. Ignorata e dimenticata, al pari di tante altre donne che hanno fatto cose straordinarie, ma che nella storia della Resistenza è invece molta nota per essere stata la prima staffetta partigiana d’Italia.

Le staffette partigiane avevano un compito fondamentale: tenere i collegamenti fra i vari gruppi e i comandi, rifornire i combattenti di cibo e altri generi di necessità, dare informazioni sulle truppe avversarie.

Le staffette partigiane erano di solito o donne o ragazzi molto giovani. E c’è una ragione: non avevano problemi di leva militare e potevano circolare senza dare molto nell’occhio. Due soli i mezzi di trasporto: la bicicletta o i piedi. Le staffette, di norma, non avevano niente, non erano armate e quindi non erano combattenti. Se incrociavano una pattuglia nemica dovevano sbrigarsela con la loro faccia tosta, inventando delle storie.

I partigiani, ovviamente, non avevano nulla per compensare le staffette. Di solito, come racconta Teresa Mattei (che fu staffetta, gappista e poi “madre costituente”) ringraziavano con un mazzo di mimose che raccoglievano nei campi, e che poi è diventato il fiore delle donne.

Ondina entra nel movimento partigiano (“battaglione triestino”) nell’inverno del 1943, a diciotto anni. E fa quello che ci si aspetta da lei, corre avanti e indietro al servizio del suo battaglione, sfidando ogni volta i posti di controllo e le pattuglie. Riesce a fare la staffetta per circa un anno, viene individuata e arrestata un paio di volte, ma scappa e riprende la sua attività di staffetta. L’11 febbraio del 1944, però, i tedeschi l’arrestano per la terza volta e non se la lasciano sfuggire. La mettono in carcere a Trieste, poi la trasferiscono in un altro posto, infine la sbattono su un carro bestiame. Destinazione: Auschwitz, campo di sterminio. Quando arriva le viene tatuato sul braccio il numero 81672. Potrebbe essere eliminata in ogni momento.

Ma è giovane e robusta. I tedeschi pensano che invece può lavorare per loro. La trasferiscono così in un’altra struttura, in una fabbrica di materiale bellico.

Ondina, che è nata operaia, sa come si lavora, ma sa anche come si fa a sabotare la produzione. Come scusa si inventa continui controlli delle macchine e della qualità della produzione finita. Così fa piccoli sabotaggi per non essere scoperta, ma sistematici. La prima staffetta partigiana d’Italia, ormai con il numero tatuato sul braccio,  non si arrende. Anche nel nuovo posto, come nel campo di concentramento, continua a sognare l’arrivo delle truppe alleate, che poi le porteranno a casa tutte in poche ore, con gli aerei.

Ma non arriva nessuno, niente aerei. E allora Ondina esperta in fughe e grande camminatrice, sceglie da sola la libertà.

Accade durante un trasferimento, una marcia forzata che doveva portarla in un diverso campo di concentramento insieme a altre prigioniere. I soldati tedeschi, che ormai hanno paura degli aerei alleati, che arrivano a sorpresa e mitragliano, usano Ondina e le sue compagne come scudi umani.

Ma non arrivano nemmeno gli aerei e lei, in un momento di confusione, da brava e furba staffetta, abituata a scomparire e a non farsi notare, riesce a defilarsi, e a prendere la strada dei boschi, e si incammina verso casa, verso Trieste. E’ il 2 aprile del 1945.

Ma da dove si trova, Polonia meridionale, sono 1300 chilometri. Distanza che lei farà a piedi, attraversando Cecoslovacchia, Ungheria e Jugoslavia. Senza mezzi, senza appoggi, e probabilmente senza nemmeno conoscere la lingua. La spinge in avanti solo una cosa: il sapere che non esistono alternative. La strada è lunga, quasi impossibile e lei è solo una ragazza di vent’anni, provata da un anno di campo di concentramento, con l’incubo quotidiano di poter essere liquidata in ogni istante. E deve cercare di evitare i controlli. Ma questa è la sua specialità. E così cammina, non si ferma. Camminare, in fondo, era stato il suo lavoro come staffetta partigiana. Lei stessa racconterà: “Avevo avuto il tempo di recuperare la sensibilità, l'umanità perduta. Sono stata fra le prime a rientrare, erano i primi di luglio, tre mesi incredibili per attraversare 1300 chilometri circa, in un'Europa in ginocchio, senza più ponti, strade e ferrovie integre”. 

E’ ormai il 2 luglio, quando finalmente arriva a casa. “Quando ho abbracciato mamma, papà ed il cane che mi è saltato addosso per farmi le feste e che mi ha riconosciuto, allora sì che ho capito di essere tornata libera».

Finita la guerra, Ondina ha scelto di fare l’ostetrica e si è molto impegnata, politicamente, in varie organizzazioni di sinistra. Quando c’è il terremoto in Friuli (1976) è una delle prime a accorrere e mette su una tendopoli per dare un ricovero ai terremotati.

E’ morta nel 2003, senza mai ricevere alcuna medaglia perché è stata solo una staffetta partigiana e non una combattente. Gli ultimi anni sono stati atroci, raccontano quelli che le sono stati vicino. Aveva visto troppa gente sparire nei lager e le era venuto come un senso di colpa per essersela cavata, lei, internata numero 81672. Persino mangiare, ormai, le dava fastidio, all’idea di tutti quelli che aveva visto deperire e morire per mancanza di cibo nelle baracche del campo.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 6 febbraio 2017)

(Nelle foto: La targa del giardino a lei dedicato  a Trieste, Ondina, dopo la guerra, con il figlio)