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Bianca, la ribellione dei Quaderni

Fidanzata di Pannella, sempre attenta alla condizione operaia.

di Giuseppe Turani |

Parlare di Bianca è complicato, ci conosciamo da sempre. Ma la sua storia è la storia di una generazione che è appena alle nostre spalle, forse l’ultima generazione che ha provato a rompere gli schemi, a immaginare un nuovo che poi non è venuto.

Bianca Beccalli nasce nel 1938 a Pavia, da una famiglia borghese e liberale. Studia filosofia (ma poi devia verso la sociologia, suo grande amore). Sfogliando l’albo dei ricordi, trovo una paginone del “Giorno” di quegli anni in cui viene descritta come la più bella e la più intelligente dell’Università di Pavia. Due verità assolute.

E la ricordo anche, intorno agli anni Settanta, quando una sera mi porta a una riunione del collettivo del Politecnico di Milano. Discorsi fumosi e complicatissimi. “Non ho capito niente”, confesso. E lei: “Ma è semplice: hanno detto che stanno per entrare in clandestinità”. Poi arriveranno le Brigate Rosse, ma noi avevamo già smesso di andare ai collettivi.

Studia, ma si interessa anche di politica. E, ancora giovanissima, viene designata come delegata nazionale degli studenti pavesi nell’Unione goliardica italiana. Sono gli anni in cui si studia tanto, si fa politica, ma c’è anche un po’ di lasciarsi andare.

In un’intervista sarà lei stessa a dire: ”Per certi versi la nostra esperienza era quasi più bohemien e internazionale e l’università rappresentava solo uno dei possibili campi in cui praticare la sociologia. Per me la scelta era piuttosto di una trasgressione esistenziale e sociale, non il primo passo verso una carriera professionale. Questo inizio, penso, abbia segnato anche i momenti successivi della mia vita professionale”. 

E c’è l’incontro, magico, con Marco Pannella. Con lui parte e va a Parigi. Qualche anno fa Pannella ha raccontato che Bianca è stata l’unica donna a cui lui abbia chiesto di sposarlo, sembra che avessero avviato addirittura le pubblicazioni. Ma lei gli ha detto di no, e le loro vite si sono separate. Prima che lui morisse sono anche riusciti a litigare un po’. In un’intervista lui ha detto che lei pendeva dalle sue labbra, era innamoratissima. Risposta: non pendevo dalla labbra di alcuno né allora né mai.

Intanto, Bianca è folgorata dalla lettura di Alain Touraine, lo studioso che per primo aveva prodotto modernissime analisi sul lavoro in una fabbrica della Renault. Quello sarà il suo futuro: la condizione operaia.

Di ritorno da Parigi, si laurea con tesi su Durkheim. E si sposa con Michele Salvati, che aveva conosciuto da giovane studente di economia. A celebrare il matrimonio è il sindaco valdese di Torre Pellice nel 1963.

Subito dopo partono per Cambridge. Lui per laurearsi in economia, lei per studiare ancora sociologia e per fare ricerche.

Quando rientrano in Italia, sono gli anni del fermento. Intanto incontrano Raniero Panzieri. Una singolare figura di funzionario del Psi, teorico dell’operaismo. Raniero, non visto benissimo dalle gerarchie ufficiali, esercita però una grandissima influenza su tutta una generazione di giovani studiosi alla ricerca di una strada politica non tradizionale.

Dall’operaismo di Panzieri (che per un certo periodo dirigerà anche “Mondo operaio”, mensile ufficiale del Psi) nascono i “Quaderni Rossi”. Era una rivista, ma fatta come un piccolo libro, nessuna fotografia, nessun disegno, solo testi. Credo che in tutto siano usciti sei numeri dei “Quaderni Rossi” (più forse un supplemento monografico). Nei “Quaderni” giovani studiosi analizzavano la condizioni operaia, spesso dopo complesse ricerche sul campo. Per molto tempo (anche quando la rivista aveva cessato le pubblicazioni) i “Quaderni Rossi” sono stati una specie di mito per la sinistra fuori da partiti tradizionali: chi ne aveva fatto parte, era speciale, aveva studiato, aveva pensato, aveva cercato. E chi l’aveva letta faceva un po’ parte di quel mondo.

Naturalmente, sia Bianca che il marito Michele (che oggi dirige “Il Mulino”) sono tra i fondatori.

Accanto ai “Quaderni Rossi”, sempre in quegli anni, esplode un’altra iniziativa, quella dei “Quaderni Piacentini”. Già nel nome si vuole segnare che si parte dalla provincia, fuori dai grandi circuiti culturali. In realtà, i “Quaderni” sono ancora più provinciali di quanto non dica il nome: l’animatore e direttore è infatti Piergiorgio Bellocchio, fratello di Marco, il futuro regista dei “Pugni in tasca”. Tutti e due vengono da Bobbio, un paesino sperduto quasi in fondo alla Val Trebbia. A Bobbio non c’è niente, se non una grandissima tradizione culturale millenaria. Qui c’è infatti un’antica abbazia dove i frati ricopiavano i testi antichi, facendoli poi circolare in Europa. Nel Medioevo Bobbio era stata anche potente. Poi era decaduta.

Ma i  “Quaderni piacentini”, come del resto i cugini  “Rossi”, sono una voce fuori dal coro, fuori dai grandi giri letterari e riescono a diventare il luogo in cui le migliori intelligenze di quella stagione si misurano, polemizzano, pensano. Nella fase iniziale la rivista ottiene il sostegno convinto del grande poeta Franco Fortini, a cui piacciono molto quei giovani ribelli di provincia, ma coltissimi. E molto “avanti” rispetto a quello che si stampava allora in Italia. Se i “Quaderni Rossi” erano operaisti e basta, tutti centrati sulla necessità di trovare una nuova via per una nuova sinistra, i “Piacentini” si muovono invece su uno spettro culturale molto più ampio. E diventano così famosi e  ricercati da trasformarsi essi stessi, un po’, in establishment.

Bianca è la prima a prendere contatto con loro e poi convince anche Michele: entrambi faranno parte del comitato direttivo dei “Quaderni Piacentini”.

Ma anche quella stagione finisce. Michele diventa uno dei più apprezzati economisti e politologi italiani (oggi è usuale definirlo come il padre del Pd).

Bianca studia e insegna sociologia. E’ stata un po’ ovunque: Berlino, Parigi, Londra, Cambridge (USA), Buenos Aires, Canberra.

Hanno una figlia e tre nipoti, che la guardano forse ignorando che è stata la più bella e più intelligente della sua università, e la chiamano semplicemente “Nonna Bi”.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 34 febbraio 2017)