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Filomena, brigantessa innamorata

Bellissima, corteggiatissima, e poverissima. Ma spietata.

di Giuseppe Turani |

“Snella, carnagione olivastra, occhi scintillanti, capelli corvini e ricci, ciglia folte, labbra turgide, profilo greco”. La descrizione (di un sergente dell’esercito) continua dicendo che era bellissima, corteggiatissima e poverissima. Ma non era una brava ragazza. Anzi, il contrario. La sua è una delle storie femminili più spietate che si conoscano, quasi incredibile.

Nasce nel 1845 in Puglia e viene sposata molto giovane a un impiegato della cancelleria del tribunale di Foggia. Però lei è proprio bella e viene continuamente corteggiata. E il marito diventa sempre più geloso, protesta, urla, la maltratta. A 18 anni lei decide che ha sopportato abbastanza. Non discute, non chiede la separazione o di tornare dalla  mamma. Prende uno spillone, glielo ficca in gola e lo ammazza.

Si libera così del marito, ma deve cercare di evitare la prigione a se stessa. Non ci sono molte possibilità: scappa nel bosco di Lucera. E incontra il brigante Giuseppe Caruso, di cui diventa subito l’amante. Ma nel bosco si aggira anche un altro brigante, Carmine Crocco, che è un generale da quelle parti (nel senso che comanda una grande banda) e che aspira alle sue grazie. Fra i due c’è un duello rusticano per stabilire chi abbia il diritto di possederla. Ma non la spunta nessuno dei due.

Alla fine appare un terzo brigante, Giuseppe Schiavone, che sarà l’uomo della sua vita (per un certo periodo) e che per lei lascia l’amante precedente, Rosa Giuliani. Il nuovo fidanzato ha appena 23 anni, è diventato brigante per evitare la leva militare, ma gode di grande reputazione in quel mondo violento che si nasconde nei boschi. L’amore che si accende fra i due è totale e durerà sempre, anche se appare come una cosa strana in quell’ambiente crudele e sbrigativo, sempre inseguiti dall’esercito. I due si ameranno fino alla fine, e lei per dargli l’ultimo bacio rinuncerà alla sua libertà.

Schiavone è un brigante, ruba, ammazza, sequestra. Filomena non è da meno. Finisce per diventare una brigantessa anche lei. Anzi, una “druda”, come si esprimeranno i verbali dei tribunali dell’epoca. Gira a cavallo, vestita da uomo, con il fucile, spara e uccide. E’ spietata, non ha mezze misure. Compie la sua prima impresa banditesca quando ha appena 21 anni. Schiavone aveva ingiunto, con un foglio scritto e firmato, a una possidente locale di consegnargli soldi e gioielli. Ma la signora oppone resistenza.

Filomena, allora, alla testa di una banda, irrompe nella masseria, prende un bue e lo sgozza sotto gli occhi della padrona, poi se ne va. Viene sopranominata anche la Spietata.

Va all’assalto dei proprietari di masserie, spesso li sequestra e li rinchiude in grotte in attesa del riscatto. Gira sempre vestita da uomo, con il fucile in spalla, coltello alla cintura. Fra le ragazze dei briganti è la più bella, un po’ tutti impazziscono per lei. Spesso ci sono duelli.

Lei è spavalda e sembra non avere paura di niente. Dicono però che non disdegni, di quando in quando, di concedersi a qualche altro brigante, oltre allo Schiavone, che resta però il suo grande amore.

Il coraggio di questa giovane druda sembra infinito. Quando capita, va anche allo scontro armato con l’esercito. Accade il 4 luglio del 1863 lungo la strada consolare che da Napoli conduce a Campobasso. Per  l’occasione varie bande si sono riunite e tendono un agguato alla prima compagnia del 45esimo fanteria. I briganti, fra i quali c’è Filomena, sono più di 60 e sarà un eccidio. Sul terreno rimangono dieci soldati morti, più molti feriti. Dopo, lei cura qualche ferito, e altri li finisce.

Alla fine però è lei la disgrazia dei briganti. Schiavone, che è il suo amore, e che è ricercatissimo dalle autorità come capo di una banda molto pericolosa, per Filomena ha lasciato l’amante precedente. Che è molto gelosa. Al punto che non esista, Rosa Giuliani, a informare il delegato di polizia che una notte (25 novembre del 1864) Schiavone e altri quattro capi-banda stanno riposando in una certa masseria. Filomena non era con loro perché doveva partorire e si era rifugiata in una casa sicura a Melfi.

I soldati arrivano in forze e arrestano i cinque briganti, che vengono tradotti in catena a Melfi. Il 28  novembre mattina saranno fucilati.

Ma, prima, c’è un grande momento romantico: come ultimo desiderio Schiavone chiede di poter vedere ancora volta Filomena. Lei abbandona la casa sicura dove era nascosta, e si presenta. Quando è davanti a lui, il brigante le accarezza i capelli, gli occhi, i piedi, le chiede perdono e la bacia per l’ultima volta. Poi ci sono solo i colpi del plotone di esecuzione. Amore, sangue e prigione.

L’avventura è finita anche per la druda. Il maggiore Rossi del 29 esimo battaglione bersaglieri l’arresta. Sola, disperata, con Schiavone ormai morto, i briganti in fuga, la spavalda Filomena imbocca subito la strada del pentitismo. E sarà spietata come quando correva per i campi a cavallo e con il fucile in spalla, assaltando masserie e possidenti. Denuncia tutti, e li fa arrestare, comprese alcune sue amiche di scorrerie. Trascinata davanti a un tribunale di guerra viene condannata a vent’anni di lavori forzati, ridotti poi a nove e infine a sette.

Ma la storia della bellissima bandita non finisce qui. E il finale è abbastanza a sorpresa.

Scontata la sua pena e uscita di prigione, ancora bella e desiderabile, ricompare molto lontano da quel Sud che aveva visto le sue gesta banditesche. Infatti va a Torino e sposa un facoltoso signore di quella città, Antonio Valperga. Si dedica a opere di bene, senza più una sola deviazione. Diventa una signora sotto la mole. Alla fine, prima di morire nel 1915, riesce persino a ottenere la benedizione papale.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 27 marzo 2017 )