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Cathy, gli aborigeni sul podio

La prima nativa australiana a vincere una medaglia d'oro. Ha dato il via alle Olimpiadi nel suo paese, ultima tedofora ha acceso il fuoco olimpico, sfila sempre con due bandiere.

di Giuseppe Turani |

A volte le Olimpiadi riservano sorprese e emozioni extra-sportive. Molti ancora oggi ricordano quelle di Atlanta del 1966. Quando nel silenzio dell’immenso stadio esce dall’ombra l’ultimo tedoforo, quello che accenderà la fiamma olimpica, e la cui identità è stata tenuta segreta fino a quel momento. E’ Cassius Clay, un atleta fra i più grandi  tutti i tempi, ma da anni devastato dal morbo di Parkinson. A fatica riesce a maneggiare la torcia e a accendere il fuoco. Nello stadio c’è un attimo di silenzio stupito, imbarazzato, poi più di cento mila persone scoppiano in un applauso che sembra non finire mai.

Un altro momento di commozione si ha nelle olimpiadi invernali di Torino del 2006. Per la prima volta nella lunghissima storia delle Olimpiadi la bandiera olimpica viene portata nello stadio da otto donne, che entrano sulle note della marcia trionfale dell’Aida. Fra di esse, Sophia Loren e Susan Sarandon, ambasciatrici dell’Unicef, la scrittrice Isabelle Allende, e cinque atlete di tutti i continenti. La bandiera viene poi consegnata a un reparto di alpini vestiti di bianco, che provvedono a issarla sul pennone.

Emozione anche a Sidney, nelle olimpiadi del 2000. Quando dall’ombra esce l’ultimo tedoforo per accendere la fiamma, l’intero stadio, cento mila persone, esplode in un lunghissimo applauso. Lei è Cathy Freeman, una grandissima atleta, ma anche molto di più: è un simbolo, un simbolo che tocca direttamente il cuore del popolo australiano. E’ aborigena. E in Australia gli aborigeni sono sempre stati trattati peggio dei nativi americani negli Stati Uniti. Lei, correndo e vincendo, ha cercato di chiudere la spaccatura, di far dimenticare decenni e decenni di odio. E questa volta è lì, sul palco, sarà lei a dare il via alle olimpiadi d’Australia.

Ha cominciato presto la sua battaglia. Nei giochi del Commonwealth del 1990, quando aveva 17 anni, dopo aver vinto la sua gara, ha stupito tutti: è partita di corsa per fare il giro d’onore, come si usa. Solo che si è avvolta in due bandiere: quella australiana e quella del popolo aborigeno: un rettangolo diviso in due, rosso e nero, con al centro un grande sole giallo. E’ un bandiera che non è mai esistita, i nativi australiani non sono mai stati una nazione e non ne hanno mai avuta una, è stata disegnata solo nel 1971, ma per gli aborigeni significa molto e Cathy ha voluto renderle omaggio, ricordare che lei è australiana, ma anche diversa, aborigena.

La gara della sua specialità, i 400 piani, sarà un altro momento di grande emozione. Cathy partecipa tutta chiusa, come un’astronauta, in una tuta di sua invenzione (che, si dice, la Nike starebbe ancora cercando di imitare). Lei ha una rivale in questa gara, che l’ha già battuta più volte, un’atleta francese. Solo che questa volta, sopraffatta dallo stress, non si è presentata.

Appena prima dell’inizio della gara, le telecamere puntano ai primi piani delle contendenti schierate ai blocchi di partenza. Quando sullo schermo appare Cathy, arriva l’applaudo dei cento mila presenti, e prosegue anche quando ormai si è passati sui volti delle altre atlete.

Poi c’è il via e scatta la corsa. Applausi e grida accompagnano quella che sembra essere una marcia trionfale e solitaria di Cathy. Ma a un certo punto nello stadio piomba un silenzio irreale, non c’è più alcun rumore, niente. Lei alza gli occhi e vede che in testa c’è la concorrente giamaicana, una corsia più in là della sua, lei è solo seconda. Vista dagli spalti la corsa sembra ormai persa. La giamaicana corre veloce e Cathy sembra  destinata ormai a ribaltarsi, a perdere. Ma lei non può perdere davanti ai suoi tifosi, corre un po’ per se stessa, ma soprattutto per la sua gente, gli aborigeni. Allora, spinge ancora di più, cerca altra aria e chiede alle gambe ancora uno sforzo, e alla fine vince. Una rimonta spettacolare, torna il grande applauso, lo speaker della televisione non riesce a trattenersi e grida nel microfono: “Tutti amiamo Cathy”.

Lei si slaccia la sua tuta spaziale, prende fiato, riceve una stretta di mano dalla concorrente di un paese dell’Est, si toglie le scarpe, saluta la mamma che è a bordo pista con su la giacca della sua tuta, poi parte per il giro d’onore. Sa che è proibito esibire bandiere che non siano quelle ufficiali, ma la gioia è troppo grande: e quindi, a casa sua, a Sidney, correndo a piedi nudi, fa il giro d’onore avvolta in una doppia bandiera, quella australiana su una facciata e quella aborigena sull’altra. Tutti devono sapere da dove lei viene e chi rappresenta. Sono tre cose in una volta, sembra voler dire: sono australiana, sono aborigena e sono una campionessa.

Nessuno osa dirle niente. Cathy infatti, oltre a vincere la corsa, ha stabilito anche un altro primato: è la prima volta in assoluto che un campione accende la torcia olimpica e poi vince una medaglia d’oro nella stessa olimpiade. Di più: la sua medaglia d’oro sui 400 piani è la prima medaglia vinta da un atleta aborigeno.

Nessuna frase di importanza storica. Solo: “Sono contenta di avercela fatta”. E poi: “Questo oro è di tutti quelli che lo vorranno”.

Cathy Freeman insisterà sempre sulla questione razziale, creerà anche una fondazione con il suo nome, perché lei e la sua famiglia hanno sofferto molto. La madre ha dovuto lasciare gli studi per andare a lavorare in giovane età, e non poteva viaggiare senza il permesso della polizia. Al nonno non hanno mai concesso il passaporto. E lei ricorda ancora che da bambina non le era concesso andare nella piscina dei bianchi.

Cathy non è donna da grandi discorsi e quindi non ha ricordato il parallelo con Cassius Clay: entrambi appartengono a due razze perseguitate, e entrambi sono stati in parte gratificati dallo sport. Gli aborigeni australiani, al pari dei nativi americani e dei neri, per decenni sono stati inseguiti e uccisi dai coloni bianchi.

D’altra parte, una cosa importante l’aveva già detta ai giochi del Commonwealth: “Quando entravamo in posti nuovi eravamo completamente impauriti, perché sentivamo che essendo neri, non avevamo il diritto di trovarci lì».

Alla fine, l’applauso di cento mila tifosi e l’urlo del  telecronista “Tutti amiamo Cathy”, hanno avuto forse un effetto doppio. Quella volta, nello stadio di Sidney, il diritto di essere lì Cathy se l’era guadagnato.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 3 aprile 2017)

(Nella foto grande: Cathy con la doppia bandiera, quella australiana e quella dei nativi australiani)