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Vicenzina, una vita alla batteria

Insieme al marito Angelo è stata per quasi mezzo secolo la colonna sonora dell'Italia minore.

di Giuseppe Turani |

C’è un’Italia minore, spesso povera, che tutti noi conosciamo poco. Ma è anche un’Italia che ha le sue storie, i suoi protagonisti importanti e i suoi eroi. Una di questi, credo ignota al gran pubblico, è Vincenzina Mellina Cavallini. Di umilissime origini, la si può ammirare in fotografie d’epoca, insieme ai suoi compagni, orgogliosamente in posa dietro la sua batteria, il suo strumento.

Nasce nel 1929 a Piacenza. Poiché la famiglia non ha mezzi, a undici anni va “a servizio”, cioè fa a fare la servetta in casa di benestanti, a Tromello, in provincia di Pavia.

Ma non basta, a quell’epoca ci si poteva anche iscrivere per andare per tre mesi a fare la mondina nella risaie, lavoro pesante, un po’ da disperate, con una paga bassa e un sacco di riso alla fine. E Vincenzina fa anche questo. Con un obiettivo: per una ragazza povera come lei quella era l’unica strada per farsi il corredo, indispensabile per potersi un giorno sposare.

E infatti accade anche questo. Il corteggiatore, Angelo Cavallini, non è accettato subito. L’esigente Vincenzina lo fa faticare per due anni, sotto il balcone e davanti al portone di casa. Si suppone, cantando spesso e volentieri. L’aspirante marito infatti non fa un mestiere comune: fa il cantastorie. In apparenza niente di importante: gira per le fiere e i mercati, suona e canta. Aveva cominciato cantando e suonando “a gratis” alle feste per i coscritti, ma poi aveva scoperto che quello poteva diventare anche un mestiere. Aveva lasciato i campi e la zappa, e si era messo a girare per la provincia, con la sua fisarmonica. Insomma, è uno un po’ strambo, ma alla fine lei gli dice di sì. E si sposano.

Anche Vincenzina arriva alla musica quasi per caso. Le mondine, nella risaie, cantavano spesso per abbattere la noia di quel lavoro, tutto il giorno nell’acqua e sotto il sole. E tutte continuavano a ripetere a Vincenzina che lei aveva una bellissima voce.

Quando nel 1951 si sposa con Cavallini, anche il marito si accorge che Vincenzina ha del talento musicale. Quindi la spinge non solo a cantare più spesso, ma anche a imparare a suonare uno strumento.

La scelta cade sulla batteria, un po’ scomoda da portare in giro per le fiere e i mercati. Non si sa perché viene fatta questa scelta, fra l’altro assai poco  “femminile”. Ma Vincenzina diventa una brava batterista, e cantante. E, soprattutto, diventa una cantastorie anche lei, e lo rimarrà per tutta la vita.

All’inizio quello che si esibisce nelle fiere è un complesso tutto familiare. Ci sono Vincenzina, il marito Angelo, e il papà di Angelo, Antonio, che è da sempre un famoso cantastorie della tradizione pavese e che in pratica insegna ai due giovani sposi il mestiere. Più tardi, partecipando alla “Giornata di Giovanna” (in onore di Giovanna Daffini, altra famosa cantante popolare) Angelo racconterà che, quando era bambino, il padre lo portava sempre con sé quando andava a esibirsi e, poiché era piccolo, lo faceva sistemare su una sedia perché potesse seguire la serata.

Quando Antonio si ritira dall’attività, il suo posto viene preso da Adriano Callegari, che è un altro famoso cantastorie del pavese. Insieme i tre danno vita al complesso “Cantastorie lombardi”. Si fanno presto la fama di veri e propri artisti dello spettacolo. Uno con la fisarmonica e l’altro con il sax. Vincenzina, con la sua batteria e la sua voce, dà un tocco unico alle loro esibizioni. In un certo senso, è lei lo spettacolo.

Lei è utile soprattutto nel momento più delicato delle loro esibizioni: quando si tratta di chiedere soldi. Questi cantastorie, all’epoca, si esibivano praticamente tutti i giorni, ma non avevano scritture o contratti. Andavano sulle piazze dove c’era un mercato, cercavano un angolo adatto e cominciavano a suonare e a cantare. Di solito si formava un piccolo cerchio di curiosi e di sfaccendati  Spesso si vendevano oggetti e oggettini durante queste esibizioni. Molto richiesti, erano i “fogli”, cioè degli stampati con su il testo integrale delle canzoni. Con la scelta di queste ultime i cantastorie erano di manica larga. Si andava da canzoni della tradizione popolare al repertorio di Luciano Tajoli, un cantante allora molto in voga. Ma c’era anche “Mamma perché non torni”, composta dallo stesso Adriano Callegari, stampata su cartolina e nel cui retro  c’era la fotografia del trio: Vicenzina alla batteria, Adriano al sax e Angelo alla fisarmonica.

C’era un momento, però, che era quello della verità: quando bisognava cominciare a chiedere i soldi, soldi veri, per mangiare.

E in quei momenti Vincenzina era davvero preziosa. Mentre picchiava con tutta l’energia che aveva sulla sua batteria e cantava, i due uomini giravano fra gli spettatori cercando di raccogliere il denaro. Di solito, funzionava.

I tre, è stato scritto, per quarant’anni sono stati la colonna sonora dell’Italia minore, quella delle piazze e dei mercati del Nord, quella che non poteva andare nei grandi teatri e, forse, nemmeno tanto spesso al cinema. Di loro si accorgono gli scrittori Mario Soldati e Cesare Zavattini, che li faranno esibire in televisione nella prima metà degli anni ’70. Partecipano quasi sempre alla Sagra Nazionale dei Cantastorie e nel  1975 ottengono il premio “Trovatore d’Italia”.

L’attività del gruppo, del trio, finisce all’inizio degli anni Ottanta. Adriano, il suonatore di sax e scrittore di ballate originali, è il primo a andarsene nel 1992.

Nel 2002 il Comune di Milano riconosce il ruolo che i tre cantastorie hanno avuto nella cultura popolare e assegna loro l’Ambrogino d’oro. A ritirarlo si presenta però solo Vincenzina, Adriano è già scomparso e Angelo sta poco bene (se ne andrà tre anni dopo).

Nel 2007 arriva il riconoscimento più grande: un solenne encomio del presidente della Repubblica per la loro attività di cantastorie. A quel punto, però, del famoso trio è ancora viva solo Vincenzina.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 10 aprile 2017)