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Donna Livia e la mafia

Figlia della ricca borghesia palermitana, padrona di un feudo, si rivela grande scrittrice.

di Giuseppe Turani |

E’ probabile che nessun millenial (ma anche quelli più anziani) abbia mai sentito parlare di Livia De Stefani, bella signora della ricca borghesia siciliana e anche scrittrice importante. La prima, di fatto, a occuparsi davvero di mafia nelle sue opere narrative, ancora prima di Leonardo Sciascia.

Nasce a Palermo nel 1913 da una famiglia proprietaria di terre e molto  benestante e studia dalle suore. Comincia a scrivere poesie, dicono le biografie, che è ancora una bambina. La Palermo borghese di inizio secolo però non le doveva piacere proprio per niente.

A soli 17 anni, invitata a Roma dagli zii, conosce lo scultore Renato Signorini. Se ne innamora, lo sposa e se ne va da Palermo. A Roma è un’altra vita. Lei e il marito frequentano i migliori intellettuali del tempo: Elsa Morante, Maria Bellonci, Vitaliano Brancati.

Ma la Sicilia, “quella” Sicilia da cui è scappata, le è rimasta dentro. E infatti la si ritrova nel suo primo libro, quello che verrà tradotto in molti paesi all’estero e che le darà la celebrità: “La vigna dalle uve nere”. La storia è da tragedia greca. E è scritta con una lingua spoglia, essenziale, moderna, senza compiacimenti.

Il protagonista è tale Casimiro Badalamenti, uno che coltiva appunto una vigna dalle uve nere, e che aspira a diventare uomo d’onore. E’ impotente. Fino a quando non trova Concetta, che è una prostituta, dalla sensualità animalesca, una specie di “lupa verghiana”. Vuoi perché Concetta sa come sedurre un uomo, vuoi perché con lei Casimiro stabilisce un rapporto da padrone a schiava, di dominio assoluto, riesce a essere un uomo. Insieme mettono al mondo un certo numero di figli.

Per volere dello stesso Casimiro non rimangono in casa però. Vengono separati e affidati a famiglie di contadini.

Quando sono più grandi, vengono riportati dal padre. Accade così che due fratelli, Nicola e Rosaria, inconsapevoli del loro legame, si innamorino. La passione divampa. E’ l’incesto. Rosaria rimane addirittura incinta.

Per Casimiro questa è un’offesa fra le più tremende. Nella sua visione del mondo le donne non contano niente, sono esseri impuri, sporchi, fonte solo di guai, sacrificabili. Rosaria sta facendo di lui un uomo senza onore.

E quindi la decisione viene presa: Rosaria deve scomparire. Così la spinge al suicidio.

Uno dei migliori critici  italiani, Luigi Russo,  così parla della De Stefani: «Raffinata descrittrice di un mondo siciliano complicato e morboso che traeva alimento ai propri miti aberranti da premesse avite. Agorafobia, complessi edipici e altrettanti inibizioni costituiscono il tessuto dei suoi tanto scostanti nel mondo rappresentato quanto attraenti per il modo di insinuarvisi e di descriverlo».

Molti hanno accostato la scrittura di questa gentildonna siciliana a Verga. Altri, più sottili, hanno scoperto che il suo maestro è in realtà lo scrittore americano, naturalizzato inglese, Henry James.

Ma Livia è una siciliana-non siciliana. Ha respirato troppo l’aria di fuori, e quindi fa anche cose bizzarre. A un certo punto decide di piantare, nel suo feudo di Virzì, piante ornamentali, che non danno frutti. E per questo viene criticata e odiata dai suoi compaesani, che considerano innaturale in una terra così povera far crescere alberi che non servono a niente.

Nel 1991, un mese prima della sua morte, viene pubblicato il libro “La mafia alle mie spalle”, in cui racconta i suoi incontri con i boss mafiosi che volevano a ogni costo le sue terre. Uno di questi, Vincenzo Rimi, le dirà: “Minchiuni, pi’ esseri na fimmina, buona arragiuna”.

Il libro termina con il racconto del terremoto del Belice  del 14 gennaio 1968. Da Roma si precipita giù in Sicilia e, di fronte alla visione di quel mondo devastato, senza speranza, decide di vendere il feudo di Virzì e di chiudere i conti con la sua terra d’origine.

E’ stata la prima in Italia a descrivere il potere mafioso. Di se stessa ha raccontato, in poche righe, la sua vita quando ha cercato di amministrare le sue terre, poche righe per un ritratto definitivo della “sua” Sicilia: “Ero una donna tutta sola piantata in mezzo a problemi virili, senza l’aiuto di un incoraggiamento, sia pure d’un sorriso…mi dibattevo come un farfallone attirato a notte da un lume traditore, acciecata da cose che dovevo ancora imparare a temere. Era una brutta, bieca società maschilista…e che fosse anche mafiosa me ne resi conto non per vie deduttive ma per quelle dell’osservazione diretta”.