Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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I Protagonisti

Leopoldo, l'imprenditore anomalo

Industriale non per scelta, quando ha sbagliato ha passato la mano.

di Giuseppe Turani |

E’ sempre stato un antiprotagonista, uno che prendeva l’aereo di linea per andare in Sardegna dagli amici (è stato l’ultimo degli industriali italiani, infatti, a dotarsi di un jet privato, e lo usava sempre con un certo fastidio). Il miglior ritratto di se stesso l’ha fatto proprio lui, ma parlando dell’amico Gianni Agnelli: “Gianni è più intelligente di me, capisce le cose molto prima di me, ha più intuito, più estro. Però gli accade di disinteressarsi anche prima. E’ più insofferente. Ogni ripetizione, ogni lentezza lo disturbano. Io sono più ingegnere. Cerco di avere pazienza e tenacia, sono più disposto a ascoltare, a ritentare, se la prima volta non è andata bene”.

Il destino di Leopoldo Pirelli, nato a Velate in provincia di Varese nel 1925, e laureato in ingegneria Meccanica al Politecnico di Milano a 25 anni, è di quelli segnati. In cui sembra che tutto venga fatto per dovere, semplicemente perché così stanno le cose. Non è sicuro che gli piacesse proprio fare l’industriale. Ma il fratello Giovanni, più grande di lui, aveva scelto di fare altro. Comandante partigiano e scrittore, ha pubblicato alcuni libri molto belli, ma è diventato famoso soprattutto per la raccolta delle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”. I due sono sempre rimasti molto legati (Giovanni è morto in un incidente stradale sulla Milano-Genova in cui è rimasto seriamente ferito anche Leopoldo), ma aveva escluso subito la possibilità di fare l’imprenditore e di guidare l’impero di famiglia (ormai giunto alla terza generazione). E così è toccato a Leopoldo, che ha accettato senza discussioni, come una cosa ovvia e naturale. Del proprio mestiere (e della propria sorte) lui stesso ha detto: “Se si decide di entrare in un’azienda che porta il proprio nome, le soluzioni sono due: riuscire o fallire, diventare il numero uno oppure cambiare mestiere. E, come numero uno, bisogna cercare con tutte le forze di chiudere dei buoni bilanci. Se non si riesce una volta, bisogna riprovare. Se non si riesce più volte, bisogna andarsene”.

Come si usava allora, prima fa l’apprendistato in Belgio, in Italia e in Inghilterra con incarichi modesti, poi sbarca a Milano e gli danno una scrivania davanti a quella del padre Alberto (un personaggio straordinario, che è stato per anni il capo degli industriali italiani senza mai accettare la nomina a presidente della Confindustria, prima molto ascoltato dal Duce e poi in rotta totale perché non approvava il neo-colonialismo italiano). Un giorno il padre si sente male e gli amministratori delegati della Pirelli (che poi resteranno suoi “colonnelli” per anni), gli dicono di prepararsi e di spostarsi alla scrivania del padre perché da lì a cinque giorni toccherà a lui presiedere l’assemblea della società e guidarne poi le sorti.

Come imprenditore, Leopoldo allarga i confini dell’impero a fa della Pirelli una vera multinazionale. Ma si distingue subito per essere anche un capitalista “buono”. Prima del ’68 (che doveva incendiare le fabbriche e le piazze) presenta un documento “sindacale” (lui che era il padrone) in cui lancia la settimana lavorativa di cinque giorni, le ferie scaglionate, i turni di lavoro. Ma quelli erano tempi duri. E le sue fabbriche gli si rivoltano contro. Più tardi ammetterà: “Ho sbagliato, quelle cose dovevo farmele tirar fuori dai sindacati pezzettino per pezzettino, non offrile io in blocco…”. Poco dopo sarà una commissione da lui guidata a presentare il progetto di riforma (in senso democratico) della Confindustria. Sarà sempre grazie a lui che in Confindustria i giovani imprenditori e le piccole imprese ottengono di essere presenti.

Sempre in quegli anni, proprio nel 1968, la Pirelli è una delle prime società italiane a mostrare rispetto verso gli azionisti più piccoli, mandando loro una semestrale “Lettera agli azionisti”, con le notizie fondamentali sull’andamento della società.

Si comincia, negli anni Settanta, a conoscere Leopoldo, che rimane un personaggio molto schivo, molto appartato. La società, in quegli anni, ha sede nel grattacielo Pirelli, probabilmente allora il più bell’edificio di Milano, progettato da Giò Ponti. Quando Leopoldo decide di venderlo alla Regione Lombardia e di trasferire i suoi uffici in un decoroso,  ma anonimo palazzo di piazzale Cadorna, molti gridano allo scandalo, ma non lui, che finalmente è riuscito a togliersi un po’ da sotto i riflettori e a sistemare la scrivania in un ufficio più “umano”, lontano dall’ultimo piano di quel grattacielo così visibile e vistoso.

Ma Leopoldo, imprenditore per dovere dinastico non certo per scelta, rimane un personaggio singolare, assolutamente atipico nel suo mondo. Non ama apparire, fare sfoggio del proprio potere. E coltiva invece certe sue passioni civiche. Ricordo che ai tempi della battaglia del referendum sul divorzio, una sera chiese agli amici: “Che cosa ne dite dell’idea di convocare un’assemblea degli azionisti della Pirelli e di far votare un ordine del giorno a favore del divorzio?”. Tutti a dargli del matto. Ma lui, un po’ testardo: “Non vedo niente di male nel fatto che una società per azioni prenda posizione su temi di interesse generale”.

Proprio negli anni Settanta c’è una crisi quasi verticale (e definitiva) della Pirelli, che ha accumulato un ritardo spaventoso in uno dei suoi due settori chiave (i pneumatici, l’altro era quello dei cavi). In pratica la società è arrivata troppo tardi sui pneumatici radiali e sembra destinata a uscire di scena. Invece, in silenzio e dopo tantissimo lavoro, il distacco viene colmato a la Pirelli riprende a correre.

Ma ci sono altre disavventure all’orizzonte. La prima è quella della fusione con l’inglese Dunlop (cominciata nel 1971 e conclusasi, male, dieci anni dopo). Si era in anni in cui queste unioni erano guardate con grande sospetto. E così quella fusione era un capolavoro di ingegneria finanziaria (su di essa si sono fatte tesi di laurea per anni e anni). In pratica le due società erano fuse, ma senza essere fuse. Ognuna aveva, cioè, grandi margini di autonomia: ognuna possedeva il 50 per cento dell’altra. In attesa, probabilmente, che si potesse arrivare, con il tempo, a un’omogeneità più piena.

In realtà, visto che si era diffidenti, quella Pirelli-Dunlop era una fusione che procedeva moto lentamente. Ma proprio per questo, alle prime difficoltà, l’unione si dissolse e ognuno tornò a casa propria. Poi la Dunlop finì in mani giapponesi e la Pirelli continuò da sola a combattere le proprie battaglie.

Lungo la travagliata gestione di Leopoldo dobbiamo ricordare il tentativo (fallito, perché battuti dalla concorrenza) di acquisire l’azienda di pneumatici Firestone. E poi, l’atto finale, la scalata alla tedesca (sempre pneumatici) Continental. L’impresa era difficile perché i tedeschi non amavano le intrusioni in casa loro (non le amano ancora oggi). Ma gli italiani, e soprattutto Mediobanca che (come sempre) assisteva Pirelli, avevano avuto l’impressione che in quel caso ci sarebbe stato un disco verde. Invece, una volta lanciata l’offerta di acquisto, in Germania ci fu una mezza insurrezione e alla fine la scalata Pirelli (che aveva già comprato azioni) fu bloccata. Leopoldo, alla fine, ne uscì, ma la ritirata gli costò molto cara. Si dice intorno ai mille miliardi di quegli anni.

Leopoldo, che era e è stato per tutta la vita prima di tutto un signore e un gentiluomo, capisce dopo l’avventura tedesca che il suo tempo è finito. Non può più rimanere alla testa di un gruppo industriale al quale ha causato (peraltro senza colpe) un danno economico così grande. E così se ne va (fra il 1992 e il 1995), lascia tutte le cariche del gruppo. Non protesta, non si lascia dietro una scia di rampogne o di veleni.

Trent’anni prima, senza dire una parola, aveva percorso i due metri che lo separavano dalla scrivania del padre, per sedersi al suo posto e assumere la guida del gruppo. Nel momento di andarsene fa il percorso inverso, sempre in silenzio. Non cerca scuse. Sa che le cose sono andate male. E sgombra la scrivania.

Da quel momento in avanti la guida del gruppo che porta il suo nome passa all’ex genero Marco Tronchetti Provera (da anni presente in azienda con incarichi sempre più rilevanti), che prima ristruttura la Pirelli (cedendo aziende e asset) e che poi la lancia nell’avventura Telecom, di cui acquisisce (a caro prezzo) il controllo insieme alla famiglia Benetton.

Ma dalla quale dovrà uscire dopo qualche anno per l’ostilità del potere politico. Rinunciando a un disegno che adesso sembra passato nelle mani dei francesi di Bolloré, diventati nel frattempo i maggiori azionisti del gruppo.

Nella Pirelli sono entrati invece in forze i cinesi. Il comando, però, è per ora ancora nelle mani di Marco Trinchetti Provera.

(Nella foto: Leopoldo Pirelli e Marco Tronchetti Provera)

(Da QN del 9 ottobre 2017)