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I Protagonisti

Il poker dell'immobiliarista

Analisi trumpiana dell'ultima mossa del presidente americano su Gerusalemme.

di MariaCristina Lani |

Che in Italia non si sia abituati a vedersi concretizzare parole o promesse fatte, questa è altra cosa, ma alla fine, e ancora una volta, Mr. Trump, probabilmente uno degli immobiliaristi più odiati al mondo, ha mantenuto ciò che, prima e durante il suo insediamento in quella casa bianca, una delle poche non passata dal suo conto economico, aveva detto avrebbe fatto: Gerusalemme, per gli Stati Uniti, è riconosciuta capitale dello stato sovrano di Israele. 
Certo ha atteggiamenti da celodurista, ma gli si riconosca almeno il merito di aver fatto ciò che aveva detto avrebbe fatto e che ha fatto, con buon imbufalimento per tutti. C’è invece chi ha preso un Nobel per la Pace ad intentio e poi ha bombardato mezzo Medio Oriente. 
Ha giocato forte il buon Donald, da vero americano alla conquista del West, solo che questa volta l’orange boy è l’Est che ha conquistato. Non è detto che memore di qualche suo avo che giocava a poker con quattro mandriani nei saloon più polverosi del Texas, non abbia voluto ricalcarne le gesta mettendosi a giocare a poker con quattro islamici nella zona più malfamata del mondo. 
Solo che Donald non bluffava. Lui la Royal flush, la scala reale, l’aveva veramente. E l’ha buttata giù. E ha spiazzato tutti. Tutti quelli che urlavano, e ancora non stanno smettendo di farlo, alla strage, al massacro, alla nuova intifada, al nuovo sterminio di Ebrei e di Israele. 
Bene! Trump ora ha costretto tutti, finti buoni e cattivi, a esporsi concretamente. 
Vedremo ora chi avrà il coraggio e l’ardire di cominciare a lanciare bombe su Israele, ben conoscendo le conseguenze di un tale atto o chi spingersi oltre, cioè oltre oceano, con missili o cose simili a spegnere la fiamma della Libertà. 
Donald Trump, in culo la diplomazia, li ha fregati tutti. Non ha mosso un fucile, non ha impegnato un solo soldato, non ha scaldato un solo reattore nucleare. E Gerusalemme ora è di fatto capitale di Israele. 
Non si vive nello stallo, nello status quo, che tanto piace al d là del Tevere, per poter sguazzare dentro al malessere, alla lava incandescente che da un momento all’altro potrebbe far eruttare vulcani di violenza. 
Quando due non stanno più bene insieme, quando il dottore dice che la gamba è in cancrena, non si tergiversa, perché o finisce che si fa a botte da mattina a sera o invece di perdere solo la gamba, si perde tutta la vita. 
Lo stallo, lo status quo di una Gerusalemme divisa e non condivisa, faceva solo comodo a chi voleva da una parte ricattare Israele con BDS e falsi sostegni morali per un Olocausto che di fatto non è ancora finito, e dall'altra tenersi buoni gli islamici facendo la carità pelosa a una manciata di quattro Palestinesi tira pietre. 
Già qualcuno aveva detto, divide et impera, perché si sa che dove c’è fragilità è facile prendere il sopravvento e mettersi a comandare. Pochi sono quelli che hanno gli attributi per condurre legioni a conquistare il mondo. E, ad azioni e non ad aggressioni, il mondo l’immobiliarista Trump se l'è conquistato. 
La situazione in Medio Oriente da Camp David a oggi, di fatto, di fatto non è mai cambiata, alleggerita, ma non cambiata.
A vederla bene, da chi la materia se la mangia a colazione, il riconoscimento di Gerusalemme, nonostante gli sterili strali di Francesi, Tedeschi e Vaticani accompagnati da Arabi vari e moderni Ottomani, non è poi così una brutta cosa. 
Arabia Saudita e US fanno tanti di quegli affari insieme che figuriamoci se hanno voglia di bombardarsi vicendevolmente. Entrambi, insieme a Israele, hanno un nemico da tenere a bada. L'Iran. Quell'Iran che a molti paesi arabi, nonostante si inginocchino verso la stessa direzione, non sta certo simpatico: troppo potente, troppo nucleare che tanto vale lasciarlo come un'isola nel mare. La Giordania è piccola come il suo furbissimo sovrano che, in un regale silenzio, mostra i muscoli nella sua tuta da aviatore al comando di un esercito ben preparato a reggere qualsiasi aggressione, mentre in realtà il suo corpo diplomatico, uno dei migliori al mondo, coadiuvato da Servizi più che efficienti, tiene rapporti sereni con tutti, ma veramente tutti. L'Egitto si sta godendo una concreta primavera, militare sì, ma sempre primavera. Non di quelle farlocche imposte da finti europeisti.  Al-Sisi con i suoi uomini passati, quasi tutti, in preparatissime accademie americane, è accettato dal suo popolo molto più di quanto non vorrebbero certi governanti occidentali, quegli stessi che starebbero più al calduccio in un inverno egiziano. La Siria ha i suoi affari con la Russia e sono ben altri i pensieri amari cui, Putin e Assad, devono gestionare. La Turchia ha usato toni forti come forte si sente Erdogan dopo che è scampato a un colpo di stato occidentalmente organizzato e nel tenere in scacco quella parte d'Europa già trattata dai suoi predecessori, ma è anche pur vero che ha troppi interessi economici a costruire aeroporti e a fare investimenti laddove la Nato glieli permette di fare. A Merkel, Macron e agli altri stati non uniti d'Europa non sfugge certo il fatto che Nato fa rima con America: o accettano che Trump ha tirato giù la scala reale o dichiarano guerra a se stessi chiedendo alla Nato di intervenire. Israele ha ora avuto ciò che chiedeva e smanialmente voleva. Attenzione però perché, ripercorrendo bene bene, parola per parola, ciò che Trump ha detto nel suo roco americano, ora bisogna pensare alla Pace. E dalla notte dei tempi delle feluche si sa che se io do una cosa a te tu poi ne devi dare un'altra a me. E il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d'America ha chiuso il suo discorso benedicendo Israeliani e Palestinesi in un'anteprima assoluta di prove di tecniche di Stati riconosciuti.
Donald Trump, sarà un ensortable immobiliarista con la moglie più gnocca del mondo da esibire, ma non solo sa giocare benissimo a poker costringendo gli avversari a scoprire le carte, ma vince anche. E vince a mani basse.