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I Protagonisti

Gianni Versace, lo stilista più amato da Lady D

Con la sua moda sexy e anticonformista ha conquistato il mondo. 

di GIUSEPPE TURANI |

I protagonisti del made in Italy sono tanti. Ma fra quelli che hanno fatto la moda spiccano in quattro: Armani, Versace, Ferré e Tonino Perna. Quest’ultimo non era uno stilista, probabilmente non sapeva nemmeno cucire un bottone, ma aveva messo su la Itterre, una specie di immenso fabbricone che faceva le cose di tutti gli altri. A parte Armani, sono finiti tutti malissimo. Ferré, che era il più bravo («A patto che la sua donna fosse alta 1,80 e con forme perfette», diceva Armani) è morto giovane e forse non ha dato il meglio di sé. Tonino Perna, geniale imprenditore, si è allargato troppo e è finito in un crack spaventoso. Gianni Versace, il più fantasioso e spregiudicato, è stato ammazzato davanti a casa sua a Miami, città che adorava.

Di Gianni Versace, che è stato uno dei più grandi stilisti del made in Italy e che ha certamente segnato la nostra immagine all’estero, ricordo tre cose con precisione, come se fosse ieri. La prima è il funerale, 1997. Con la zona intorno al Duomo bloccata, le macchine del corteo ai bordi della piazza, vedo arrivare a piedi Naomi Campbell e la principessa Diana (che morirà pochi giorni dopo in un incidente d’auto), entrambe bellissime, vestite di nero, Elton John (che canterà ai funerali della principessa Candle in the Wind, in pubblico per la prima e l’ultima volta) e tanti altri, sotto il sole di luglio. Era stato ammazzato pochi giorni prima davanti alla porta della sua casa a Miami a colpi di pistola da uno squilibrato (anche se poi non tutto è stato chiarito fino in fondo).

A ritirare la salma e a riportare In Italia il corpo di quel giovane calabrese che venticinque anni prima era salito a Milano a fare lo stilista («È l’unica cosa che so fare», mi spiegava sempre) era stato il fratello Santo, che era volato a Miami con il Gulfstream di Berlusconi.

La seconda cosa è una sera a casa sua. In televisione stavano trasmettendo la sfilata sulla scalinata di Roma, alla quale lui non aveva partecipato per non so più quale dissenso con gli organizzatori. A un certo punto caccia un piccolo urlo e grida: «Guarda in prima fila». E lì, seduta, c’era la principessa Diana. «Vedi – continua lui –ha su un mio vestito, quello con le due meduse ai lati. Adoro quella donna, mi sta facendo una pubblicità incredibile». La medusa era il suo marchio di fabbrica, il suo simbolo e il suo portafortuna.

E poi via con i racconti sulla principessa. «Ogni volta che vede su un giornale Naomi Campbell che indossa un mio vestito, mi telefona e bisogna mandarglielo di corsa. Ha una vera passione. Vuole tutti i miei vestiti di Naomi. Non le ho mai chiesto il perché anche se siamo molto amici».

«Ogni volta che vado a Londra mi invita a colazione. Ma c’è sempre un trucco: alla fine mi chiede una donazione per qualche opera benefica di cui si occupa. Ma l’adoro perché lei adora i miei vestiti. Le critiche che fanno alla mia moda (troppo sexy, troppo sfacciata), a questo punto, non mi interessano più». «Io quello so fare e quello faccio».

La terza cosa che ricordo sono le sue sfilate, fatte sempre nella sua sede di via del Gesù. Vestiti a parte, era una specie di esibizione mondiale della bellezza femminile. In mezz’ora ti passavano davanti agli occhi: Naomi Campbell, Claudia Schiffer, Eva Herzigova, Pat Cleveland, Cindy Crawford, Stephanie Seymour e tantissime altre. Tutte le più belle.

Era stato criticato anche per questo. Lo accusavano di essere stato lui a lanciare le super top model, di averle strapagate pur di averle. «Che cosa vuoi che ti dica? Penso che i miei vestiti siano belli, ma addosso a quelle ragazze diventano un’altra cosa. Stupiscono persino me».

«Sai la cosa che odio di più del mio mestiere? La pedana, la passerella. È il simbolo di una cosa che non voglio più vedere. Voglio la gente comodamente seduta e le modelle che girano fra di loro con addosso i miei vestiti. So che sarebbe una rivoluzione, uno schiaffo alla tradizione, ma l’anno prossimo lo faccio davvero e che si arrangino». Non lo ha mai fatto: l’hanno ammazzato prima.

«Tutti mi chiedono perché sono innamorato di Miami. Ma la risposta è semplice: quello è il più straordinario incrocio di culture che io conosca. Ho impiegato un anno a trovare la casa che volevo, adesso la sto sistemando. Appena finisco una sfilata, scappo là». Ma non ha fatto in tempo a vederla finita: è stato freddato a colpi di pistola mentre rientrava con i giornali sotto il braccio.

«Ma se vuoi la verità, la città che amo più di tutte è New York. Là ci sono le persone che contano, gli artisti, i fotografi, le mostre che non puoi non vedere, là succede tutto». Una vita spesa fra Milano, Londra, New York e Miami.

Questo era diventato il ragazzo calabrese che aveva imparato ancora bambino a tagliare la stoffa e a cucire dalla mamma e che era salito a Milano in cerca di fortuna: lui che disegnava e il fratello Santo che gli teneva i conti (e che negli ultimi anni aveva proibito a Gianni di comperare più di un quadro all’anno, sua grandissima passione). La sua prima collezione con il proprio nome è del 1978 alla Permanente di Milano.

Nel complesso una carriera durata meno di vent’anni. Una carriera brevissima, che però gli è valsa un elogio funebre straordinario da parte dell’amico Franco Zeffirelli: «Con la morte di Versace l'Italia ed il mondo perdono lo stilista che ha liberato la moda dal conformismo, regalandole la fantasia e la creatività».

(Da QN del 18 dicembre 2017)