Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

I Protagonisti

Steve, il genio nato nel garage

Ha lasciato l'università dopo sei mesi perché si annoiava. Per fondare la Apple ha venduto il suo furgone.

di Giuseppe Turani |

Per molti Steve Jobs e la Apple sono una specie di moderna e laica religione. Tutto il resto dell’informatica non esiste. Per la Borsa, dove la Apple frantuma tutti i record almeno una volta al mese, si tratta della storia di maggior successo degli ultimi anni. Per i nemici, Steve e la Apple sono un imbroglio e niente di più.

In realtà, Jobs è probabilmente l’uomo che ha maggiormente cambiato il mondo dei computer e dell’informatica. E lo ha fatto da ragazzo disordinato, quale è sempre stato. Quasi sempre è arrivato quasi per caso alle sue scoperte più geniali, che sono state tantissime.

Nasce a San Francisco nel 1954, figlio d di uno studente siriano e di una ragazza americana, che pensa di non poterlo allevare e quindi lo dà in adozione. Steve studia e si iscrive anche all’università (era una delle richieste di sua madre ai genitori adottivi), ma smette dopo sei mesi appena perché si annoiava troppo. Va a lavorare alla Atari, giochi elettronici.

Ma si annoia anche lì. E quindi con un amico, Steve Wozniak, fondano la Apple. Sede: il garage di casa Jobs. Per partire, Steve vende il suo furgone e l’altro Steve la sua calcolatrice scientifica. Il primo computer che producono è una cosa quasi ridicola: in pratica manca tutto. Non ha schermo (ognuno usa quello che vuole), non ha mobile, ecc. Ma funziona. Poi ne faranno molti altri, con alterna fortuna. Fino a quando la Apple diventa una cosa seria.

Resta, e forse non sarà mai svelato

                         , il mistero del marchio, la famosa mela morsicata. Secondo alcuni è solo perché Jobs stava mangiando una mela (per un periodo non ha mangiato altro), e gli è venuto naturale sceglierla come marchio. Altri, più sofisticati, sostengono che la merla morsicata è un omaggio perenne all’inglese Alan Turing, il decifratore di Enigma, morto suicida mangiando una mela da lui stesso avvelenata perché incapace di sopportare la sua condizione di omosessuale condannato dal tribunale (poi avrà la grazia postuma dalla regina  Elisabetta).

Quando la Apple comincia a decollare, Steve Jobs convince il presidente della Pepsi, John Sculley a andare da loro come Ceo, cioè amministratore. E sarà la sua disgrazia. Le cose non vanno bene e Jobs viene cacciato fuori dalla sua stessa azienda. Esce, ne fonda altre. Si rimette a fabbricare computer, ma non ha molta fortuna.

In compenso anche la Apple, senza Steve, va male. Al punto che alla fine gli amministratori, disperati, non trovano di meglio che richiamare in servizio proprio Jobs. Come stipendio gli danno un dollaro all’anno (ma ci sono i bonus e vari pacchetti azionari), e l’uso illimitato di un jet aziendale costosissimo (più  tardi si capirà perché).

Con il suo arrivo, fa il suo ingresso anche un nuovo sistema operativo (che era stato sviluppato in una delle aziende fondate al di fuori della Apple): dopo varie revisioni è ancora oggi quello che si trova su tutte le macchine della mela morsicata.

E nella sua seconda vita Jobs dà il meglio di sé. Intanto inventa il mouse, che comincia a cambiare il volto dei personal computer. Poi, in visita all Xerox Parc, vede le icone (pensate per le fotocopiatrici, ma scartate dai vertici aziendali). Jobs ne capisce la portata rivoluzionaria e le compra per pochi dollari. Poi diventeranno uno standard assoluto, ma il primo a montarle su un computer è lui. Ormai la Apple va forte e il nemico è sempre lo stesso: la Microsoft di Bill Gates. Dopo un po’ anche la Microsoft dovrà adottare le icone e copiare altre cose da Steve.

Ma, con tutte queste belle idee, la Apple rimane una realtà apprezzata solo dai grafici e da limitati settori degli utenti. Non è di massa. Lo diventerà solo più tardi e quasi per caso.

Nel frattempo Steve ha un’altra pensata: il computer all-in-one. In pratica tutto sta dentro il  telaio dello schermo, non esiste più lo scatolotto a parte con dentro i microchip e le altre cose, meno ingombro e estetica migliore.

Non si sa quando Jobs “incontra” Adriano Olivetti, quando lo scopre. Quello che si sa è che da un certo punto in avanti la forma degli oggetti Apple diventa importante quasi quanto la sostanza. Le cose devono essere belle, gradevoli da vedere e da maneggiare. Su questo non si fanno sconti.

La vera rivoluzione della Apple comincia nel 2001 con il lancio di un prodotto che allora sembra solo una curiosità: l’iPod. Si tratta di un apparecchio molto piccolo, tascabile, con una grande memoria, dove si possono “scaricare” migliaia di brani musicali, per poi riascoltarli.  Jobs pensa alla musica come prima cosa perché è un appassionato e da giovane è stato anche brevemente fidanzato con Joan Baetz, prima di Bob Dylan (e la lascia perché la giudica troppo vecchia per poter avere figli).

La Apple apre anche uno store dove sono depositati i brani da scaricare. Nasce così il gran mercato della musica on line. Dell’iPod si venderanno milioni. E la Apple comincia a diventare di massa.

Mentre gioca con il suo iPod, Steve ha un’illuminazione: e se questo oggetto potesse anche telefonare? Nasce così il progetto dell’iPhone, la grande rivoluzione Apple, lo smartphone. L’oggetto che di fatto è un telefono-computer.

Naturalmente Jobs lo voleva sottile e elegante. Si narra che quando gli portano il primo esemplare, si arrabbi perché è troppo grande, pesante. Davanti alle proteste dei suoi ingegneri, prende il prototipo e lo lancia nella vaschetta dei pesciolini rossi. Dall’oggetto esce una scia di bolle d’aria: “Ecco, vedete, c’è ancora molto spazio laggiù”.

Di iPhone se ne vendono milioni, la Nokia, regina dei telefonini, non ci capisce niente e salta per aria. Tutti gli altri corrono  a coprire quel nuovo spazio di mercato. Oggi mail, libri e giornali si possono leggere su un telefonino, insieme alla musica e alle fotografie, grazie a Steve.

Nel 2010 altra rivoluzione, imitata da tutti: nasce l’iPad. In pratica è in computer completo, ma ridotto a una semplice tavoletta. Di nuovo, milioni di esem0lari venduti un tutto il mondo.

Lui si gode per un po’ il suo successo, ma non tanto. Ha un cancro al fegato, non molti mesi di vita, e gli serve un trapianto. In America, all’epoca, non c’è una lista d’attesa nazionale per questo intervento. Ogni ospedale ha una sua lista. Jobs, con il jet aziendale, gira per tutti gli Stat Uniti (dicono si sia messo in lista in cento ospedali in cento città diverse). Alla fine il trapianto viene eseguito in un ospedale del Tennessee.

Ma non serve. Il 5 ottobre del 2011, a 56 anni, Jobs muore. La sua Apple, da cui era entrato e uscito, e poi rientrato, lo ricorda con poche, sentite parole: “Apple ha perso un genio visionario e creativo, e il mondo ha perso una persona straordinaria. Chi di noi ha avuto la fortuna di conoscere Steve e lavorare con lui ha perso un amico, una guida, una fonte d'ispirazione. Steve lascia un'azienda che solo lui avrebbe potuto costruire, e il suo spirito resterà per sempre lo spirito ...”.

In risposta, da tutto il mondo, arriva a Palo Alto in California un milione di messaggi, il popolo di Jobs.

(Da QN del 5 febbraio 2018)