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Moda e Design

Moda sostenibile piace al 61% dei consumatori

Prada e Chanel sono tre le ultime ad aver accelerato nella svolta green. Una scelta obbligata per la seconda industria più inquinante al mondo.

di Redazione |

Anche nella scelta dell’abbigliamento, la stragrande maggioranza dei consumatori, per la precisione il 61 per cento, ha a cuore la sostenibilità e l’impatto che le loro scelte avranno sull’ambiente. È quanto emerge da una ricerca mondiale commissionata da CCI, in base alla quale il cotone viene percepito come uno dei tessuti più naturali, meno inquinanti rispetto a lana, seta, poliestere, rayon e spandex. In particolare, le fibre sintetiche sono associate ai residui di microfibra negli oceani e quindi ritenute meno sostenibili.

I big della moda si stanno frettolosamente adeguando a questa nuova tendenza. L’ultima a muoversi in questa direzione è Prada. Dopo aver messo al bando l’utilizzo delle pellicce, il gruppo ha infatti annunciato di aver rinunciato all’iconico nylon utilizzato per borse e zaini, divenuto un marchio di fabbrica dal 1984. D’ora in poi Prada utilizzerà un nylon sostenibile, l’Econyl, un tessuto realizzato con nylon, plastica e scarti tessili, e riciclabile più e più volte, prodotto da Aquafil, azienda di tessuti tessili con cui Prada ha siglato un accordo di collaborazione, sancito dal lancio di una capsule collection intitolata Re-Nylon (nella foto), composta da sei modelli di borse precedentemente in nylon, ora realizzate con i nuovi materiali eco-compatibili.

Qualche giorno fa Chanel ha annunciato di puntare su una seta più sostenibile investendo nella startup Evolved by Nature, una società che produce tessuti ecologici tecnologicamente all’avanguardia e che ha messo a punto una particolare seta liquida, creata partendo da biomateriali prodotti a loro volta con ingredienti naturali.

Un po’ tutte le maison si stanno orientando alla sostenibilità, cioè una produzione più rispettosa dell’ambiente. Si tratta di un’esigenza  attuale e inderogabile per consentire al settore, la seconda industria più inquinante del pianeta, di continuare a crescere.

Secondo i numeri rilasciati tempo fa dalle Nazioni Unite, la moda è responsabile del 20 per cento dello spreco globale di acqua e del 10 per cento delle emissioni di anidride carbonica. A cui bisogna aggiungere le emissioni di gas serra derivanti dalle spedizioni di merci da un capo all'altro del mondo. Non solo. Le coltivazioni di cotone assorbono un quarto degli insetticidi usati nel mondo e l'11 per cento di pesticidi.

Se questi sono i numeri, le azioni verso la sostenibilità messe in campo dal comparto rappresentano poco più che misure palliative. C’è ancora molto da fare. Tanto più che stiamo parlando di un settore dominato dall’effimero. L'85 per cento dei vestiti prodotti va a finire dritto in discarica e ha una durata brevissima, come imposto dal fast fashion. Da qui, la svolta per il settore, che passa anche dal second hand e dallo scambio, oltre che il reciclo. 

«Stiamo assistendo ad un cambio di paradigma» sostiene David Sheasby, Head of Stewardship and ESG di Martin Currie, affiliata Legg Mason: dopo aver rincorso per anni modi di produzione sempre più economici e a buon mercato, oggi la priorità per la moda sembra quella di cercare modalità più ecologiche e sostenibili.

Il settore è in pieno boom. Negli ultimi 15 anni, sottolinea Sheasby, la produzione mondiale di abiti è quasi raddoppiata, con oltre 300 milioni di persone impiegate lungo la relativa catena del valore. Tuttavia, questa crescita ha raggiunto un costo molto significativo per l’ambiente. La consapevolezza di questo eccessivo impatto ambientale, e sociale, sta crescendo: il sottoutilizzo dei capi d’abbigliamento e il processo lineare con cui questi vengono creati evidenziano la necessità di rivedere il sistema, rendendolo più circolare e sostenibile.