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Moda e Design

L'anno peggiore per il lusso

La pandemia crea una tempesta perfetta. Kering e Burberry hanno già lanciato profit warning. Guai anche per il made in Italy.

di REDAZIONE |

“La pandemia è una tempesta perfetta per il mondo del lusso, che si appresta a vivere l’anno peggiore della sua storia affrontando un periodo di incertezza senza precedenti”. A sintetizzare la situazione è Luca Solca, l’analista del settore luxury più autorevole e seguito dagli addetti ai lavori, da poco approdato a Bernstein dopo un lungo periodo a Exane BNP Paribas.

“E’ abbastanza chiaro che la prima metà di quest’anno sarà la peggiore nella storia moderna dei beni di lusso”, scrive Solca su Business of Fashion. Subito dopo un devastante primo trimestre in Cina, i big del lusso stanno affrontando la chiusura dei negozi in Europa e negli Stati Uniti oltre a un calo delle vendite nel Medio Oriente, precisa Solca, che per i primi sei mesi dell’anno prevede per il mercato cinese, che rappresenta un terzo della domanda mondiale di beni di lusso, un calo tra il 30 e il 50 per cento delle vendite.

Il settore si sta preparando ad accogliere quest’anno horribilis. Kering, il secondo maggiore colosso mondiale del lusso, dietro solo a LVMH, ha già fatto sapere attraverso un comunicato lo scorso 20 marzo che l’impatto del coronavirus porterà a un calo del fatturato consolidato tra il 13 e il 14 per cento nel primo trimestre (rispetto all’analogo trimestre precedente). Tenuto conto che nei primi tre mesi dello scorso anno il gruppo francese aveva realizzato ricavi per 3,8 miliardi (con un balzo di quasi il 22 per cento), quest’anno il primo trimestre si attesterà su un fatturato attorno a 3,2 miliardi, 600 milioni in meno rispetto a un anno prima. I dati saranno diffusi il prossimo 21 aprile e prima di allora non è da escludere un ulteriore ribasso delle stime considerando la velocità con cui la pandemia si sta propagando in questi ultimi giorni in Europa e negli Usa.

Il giorno prima era toccato a Burberry lanciare un profit warning sui conti del quarto trimestre, che termina il 28 marzo. Il brand inglese ha fatto sapere che nelle ultime sei settimane le vendite comparabili all’interno dei suoi store sono diminuite tra il 40 e il 50 per cento. Mentre a febbraio l’area più debole era stata quella asiatica e in particolare la Cina, a marzo la flessione si è spostata sul mercato europeo e americano dove sono stati chiusi rispettivamente il 60 e l’80 per cento dei negozi. Cio, afferma il brand inglese, avrà un impatto negativo sulle vendite del 70-80 per cento nelle ultime settimane i marzo.

L’impatto è pesante anche nel nostro Paese. Camera Buyer Italia prevede un calo che, a seconda delle zone e delle categorie interessate e delle dimensioni degli store, potrà variare tra il 26-40 per cento delle vendite nel corso dell’anno, come spiega Francesco Tombolini, presidente dell’associazione che raggruppa i migliori luxury multibrand stores italiani. A preoccupare maggiormente, spiega Tombolini, è l’aumento delle rimanenze, per le quali è previsto un incremento di quasi il 30 per cento, oltre alla compressione dei margini, che potrebbe aggirarsi in media attorno all’8 per cento.

Dopo gli ultimi decreti restrittivi arrivati dal governo, l’unica operatività possibile è affidata al canale online, che non può però compensare la perdita derivante dalla chiusura dei negozi. Per questo Camera Buyer Italia chiede all’esecutivo la defiscalizzazione delle rimanenze P/E 2020 ed A/I 2020, oltre alla defiscalizzazione delle vendite digitali e degli investimenti digitali.

Non solo le vendite ma anche la produzione è fortemente colpita al punto da rischiare il collasso. Tanto più dopo la chiusura forzata dell’attività produttiva. “La moda non è ovviamente indispensabile per preservare la vita. Oggi una bistecca è una risorsa molto più vitale di un vestito, questo è certo. Ma l’industria italiana è un pilastro dell’economia, non possiamo dimenticarlo. Vale 90 miliardi di euro e dà lavoro a 600 mila persone, non stiamo parlando di piccoli numeri. Interrompere completamente la produzione avrà pesanti conseguenze”: afferma Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda, in un’intervista a Vogue.com.

La sua preoccupazione va alle aziende del settore moda che avrebbero dovuto in questo periodo finalizzare le consegne della collezione estiva ai negozi, merce che invece resta stoccata nei magazzini e non può essere spedite nemmeno in quei paesi come la Cina o la Corea del Sud che stanno cercando a fatica di lasciarsi alle spalle la pandemia e tentano di tornare lentamente alla normalità. Ma non possono nemmeno produrre le collezioni resort e quelle maschile che vanno presentate a giugno ai buyer e alla stampa, afferma Capasa.

Si aprono a questo punto diversi scenari. Le società più piccole sono quelle più fragile dal punto di vista finanziario e potrebbero non essere in grado di riaprire una volta finita l’emergenza. E questo potrebbe creare seri problemi considerando la complessità e la interdipendenza tipiche della supply chain del settore, dove il piccolo artigiano lavora per le grandi imprese e vice versa. Potrebbero dunque esserci conseguenze per tutto il sistema moda, osserva Capasa. 

Per evitare questo scenario e aiutare il settore a superare l'attuale fase, il presidente di Camera Nazionale della Moda ha inviato la scorsa settimana alcune richieste e proposte al governo. Se l’emergenza dovesse terminare il 3 aprile, gli obiettivi del settore sarebbero ancora raggiungibili. Con un grande sforzo il sistema produttivo potrebbe riuscire a presentare in tempo la collezione resort. Ma se l’emergenza in Italia dovesse proseguire, la situazione diventerebbe ben più difficile e le aziende andrebbero incontro a perdite piuttosto cospicue in termini di entrate.