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L'auto in panne si appella al governo

Anfia, Federauto e Unrae sollecitano un incontro urgente con Toninelli. E chiedono misure strutturali per rilanciare il settore. 

di Redazione |

Basta con le «continue promesse e false speranze». In vista dell’entrata in vigore, il primo marzo, della contestata ecotassa sull’auto, Anfia (filiera industria automobilistica), Federauto (concessionari) e Unrae (case straniere) chiedono, attraverso una nota congiunta, un incontro immediato al ministro Toninelli per sollecitare «misure urgenti, strutturali e continuative» per il rilancio del settore.

L'auto arriva da un altro anno negativo. Il 2018 è terminato con una contrazione del 3,1 per cento delle immatricolazioni rispetto all’anno precedente, risentendo della recessione, ormai certificata dall'Istat, che ha caratterizzato l’ultimo semestre. Anche il 2019 è partito nel segno della debolezza. A gennaio le vendite di nuove auto sono diminuite del 7,5 per cento rispetto a un anno prima. Difficile immaginare una ripresa nei prossimi mesi. Indiscrezioni riportate dall'agenzia Ansa indicano che la Commissione Europea sta per abbassare allo 0,2 per cento la crescita del Pil dell'Italia per quest'anno. La previsione di una crescita economica tendente a zero rappresenta un altro duro colpo per un settore fortemente ciclico come l'auto.

Da qui, la richiesta di interventi di sostegno. Considerato l'attuale contesto economico, l’ecotassa (da 1100 a 2500 euro di sovrapprezzo per chi acquista auto a benzina o diesel con emissioni di CO2 oltre 160 g/Km e incentivi fino a 6000 euro per chi acquista vetture elettriche) introdotta dal governo a partire da quest’anno, e valida per il prossimo triennio, viene considerata dalle associazioni come una misura non adeguata al rilancio dell’auto, già reduce da un decennio di ridimensionamento.

«Negli ultimi dieci anni - si legge nella nota congiunta - lo Stato ha perso 105 milioni di euro di mancato gettito fiscale, i costruttori circa un miliardo e mezzo di fatturato e l’occupazione del settore ha visto perdere 135.000 posti di lavoro, senza contare l’indotto». A incidere negativamente sono stati l’alta pressione fiscale, ma anche gli elevati costi di gestione (in primo luogo quello dei carburanti) oltre all’arretratezza infrastrutturale e dei servizi, e la troppa burocrazia.

In ballo non c’è solo il futuro dell’automotive, la cui industria ha un’influenza rilevante sul Pil, ma anche la sicurezza stradale e l’impatto ambientale considerando che «il parco circolante italiano è tra i più vecchi d’Europa (età media di 13,5 anni) e solo il 12,4% è rappresentato da veicoli Euro VI. «Con questo trend ci vorranno 17 anni per sostituire tutti i veicoli che non rispettano gli attuali standard di base in materia di sicurezza ed emissioni» calcolano le tre associazioni di settore. Sempre più preoccupate per il fatto che finora tutte le loro richieste non hanno trovato un seguito.

In particolare, «non è stata approvata la proposta intesa a creare il fondo di 50 milioni destinati ad incentivare la rottamazione dei veicoli più datati, nonostante si trattasse di un importo relativamente modesto, era pur sempre un segnale di attenzione nei confronti del settore». Ma non è nemmeno stato ancora avviato «l’iter approvativo dei Decreti Attuativi necessari a ripartire il nuovo Fondo Autotrasporto stanziato dalla Legge di Bilancio 2019, ridotto a poco meno di 350 milioni». Ancora più importante, quest’anno non è stato rinnovato il Superammortamento, utile per incentivare il rinnovo del parco dei mezzi strumentali alle attività produttive, mentre dall’iperammortamento sono stati esclusi i veicoli industriali.
 
In tutto questo, una cosa è chiara: gli italiani hanno ancora voglia di cambiare auto e sono disposti a indebitarsi per di mettersi al volante di una nuova vettura. La contrazione del 3,1 per cento delle immatricolazioni si contrappone infatti a una crescita del 6,2 per cento delle richieste di prestiti finalizzati per sostenere l’acquisto di autoveicoli, come emerge dai dati diffusi dal Crif. Un andamento oltremodo rilevante se si considera che la metà del totale immatricolato viene acquistato atteverso l'attivazione di finanziamenti. L'anno scorso è aumentato anche l’importo dei prestiti richiesti dagli italiani: 14.392 euro in media, il 2,9 per cento in più rispetto al 2017. Le richieste più sostenute sono arrivate da Trentino Alto Adige (+17,8 per cento) e Liguria (+9,8 per cento) mentre le uniche regioni ad aver fatto segnare una variazione negativa rispetto al 2017 sono state Sardegna (-11,3 per cento) e Calabria (-0,2 per cento).