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Il potere economico

Frena l'economia, borse in allarme

Gli Usa creano meno posti del previsto. Crolla l'export in Cina. Mentre la Bce taglia le stime dell'Eurozona. 

di Redazione |

Raffica di notizie negative nelle ultime 24 ore dal fronte economico. Europa, Cina e Usa si ritrovano tutte sulla stessa barca, navigando in un mare meno calmo delle attese. 

La Bce ha dovuto prendere atto del rallentamento più brusco del previsto dell’eurozona. Gli economisti della banca centrale europea hanno ridotto da +1,6 a +1,1 per cento le stime di crescita per il 2019, che sarà dunque un anno in cui l’economia correrà a un ritmo quasi dimezzato rispetto al 2018, quando il Pil ha segnato un +1,9 per cento. Il board della Bce ha quindi deciso, all’unanimità, di lasciare i tassi fermi sui minimi storici per tutto il 2019 (non solo fino all’estate) e di varare misure di sostegno al credito attraverso nuove operazioni di rifinanziamento alla banche.

Gli analisti di Intesa Sanpaolo sottolineano «il fatto del tutto inusuale» che ha portato la Bce a mantenere «una valutazione dei rischi verso il basso anche dopo la revisione delle previsioni. Ciò riflette l’elevato grado di incertezza derivanti da fattori esterni e come tale non facilmente quantificabile né contrastabile. La principale fonte di incertezza è l’entità e la durata del rallentamento del commercio internazionale, dal momento che i fattori idiosincratici interni sembrano in parte rientrati. L’atro elemento di rischio è l’esito dei negoziati su Brexit».

La frenata del commercio mondiale ha dato una stoccata anche alla Cina. Le esportazioni sono scese del 20,7 per cento in febbraio (su base annua) rispetto ad un aumento del 9,1 per cento di gennaio. Un dato che ha messo in allarme le borse: quella cinese ha perso il 4 per cento e Tokyo il 2 per cento. In rosso, con perdite attorno al punto percentuale, anche le piazze europee: Debole anche Wall Street, dove già da alcuni giorni sono le vendite a dominare, sebbene da inizio anno gli indici si mantengano ancora in progresso di circa l'8 per cento. 

«I dati - commentano gli esperti di Intesa Sanpaolo - sono fortemente influenzati dalla stagionalità dovuta alla variabile cadenza del capodanno cinese e quelli delle esportazioni anche da un forte effetto base negativo. Destagionalizzando i dati, il calo dell’export è molto più ridimensionato, intorno al 5% a/a, ma comunque superiore all’import (intorno al 2%), e diffuso a tutte le aree, anche se resta maggiore verso gli Stati Uniti. Questo testimonia che la dinamica dell’export è influenzata sia dall’effetto delle sanzioni ma anche dalla debolezza generalizzata della domanda estera come evidenzia l’andamento degli ordini esteri degli indici PMI, che nella maggior parte dei paesi rimane al di sotto di 50. La cancellazione di parte dei dazi difficilmente potrà quindi riportare un’inversione della dinamica delle esportazioni».

La frenata economica non risparmia a quanto pare nemmeno gli Stati Uniti. I numeri di febbraio sul mercato del lavoro hanno sorpreso in negativo. Il mercato si aspettava la creazione di 180.000 posti di lavoro, una cifra modesta rispetto a quella dei mesi passati (227.000 a dicembre, 311.000 a gennaio). Sono stati invece 20.000, peggior dato dal settembre 2017, allora però giustificato da due uragani che avevano momentaneamente bloccato l’economia e le assunzioni.

Di solito il primo trimestre è quello economicamente più debole negli Stati Uniti. Quest’anno, inoltre, a causa dello shutdown, ossia la chiusura forzata degli uffici pubblici americani, ci sono stati ritardi nella comunicazione di alcuni dati. Gli economisti faticano dunque a mettere insieme il quadro completo della situazione ma per il momento tendono a non drammatizzare, anche perché la crescita dei salari è proseguita anche a febbraio, in linea con i mesi precedenti.

Sul mercato prevale però la paura, specie per la prossima stagione delle trimestrali. Ieri intanto il presidente della Fed di New York ha dichiarato che lo scenario economico resta solido, ma la presenza di rischi rende appropriato non dare guidance sul sentiero futuro dei tassi. In questo momento i tassi sono «esattamente dove dovrebbero essere» e non c’è necessità di dare indicazioni in una direzione o nell’altra. Tra i rischi, Williams ha sottolineato quelli legati a eventi geopolitici.