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Il potere economico

Tassi Usa fermi per tutto l'anno

L'economia si indebolisce e la Fed annulla i due rialzi indicati per il 2019. Ma le borse non festeggiano.

di Redazione |

L’economia americana si sta deteriorando e la Fed decide di lasciare i tassi invariati per il resto dell’anno. Powell e i suoi colleghi hanno fatto retromarcia e rinunciato ad alzare per due volte il costo del denaro nel corso del 2019 come avevano annunciato qualche tempo fa.

«Il messaggio di pazienza introdotto a gennaio è stato rinforzato da segnali di probabile fine del ciclo di rialzi. Più delle parole di Powell, contano le revisioni alle proiezioni macroeconomiche e dei tassi, che danno un quadro della “nuova normalità”. L’inflazione continua a non reagire alla riduzione di risorse inutilizzate e, pur in presenza di un tasso di interesse reale poco sopra lo zero, non emergono segni di surriscaldamento», commentano gli esperti di Intesa Sanpaolo.

Il quadro economico, d’altra parte, è mutato e nel comunicato la Fed prende atto del «rallentamento dell’attività, pur in presenza di un mercato del lavoro sempre solido, con un indebolimento di consumi e investimenti, mentre l’inflazione è scesa, soprattutto per via della correzione dei prezzi energetici. Nelle proiezioni macro, si rivedono verso il basso crescita e inflazione, mentre il tasso di disoccupazione è più elevato su tutto il triennio, con una nuova limatura del tasso di disoccupazione di più lungo termine, a 4,3%».

«In conclusione - osservano ancora gli esperti di Intesa Sanpaolo - il FOMC si è spostato in una modalità attendista non soltanto sui tassi, ma anche sul regime in cui opera l’economia, dando sempre più peso a quella che appare essere la nuova normalità di crescita moderata, poca inflazione e tassi reali neutrali molto bassi. La conseguenza è che gli strumenti per contrastare una futura recessione saranno meno efficaci che in passato, rendendo essenziale maggiore cautela per preservare la ripresa in corso».

La reazione delle borse è stata di cautela, con Wall Street che ieri sera ha chiuso contrastata e le piazze europee che oggi si muovono senza una direzione precisa, in attesa anche di capire qualcosa di più sul fronte Brexit: oggi l’Europa dovrebbe esprimersi sul rinvio chiesto dalla premier Theresa May che sposterebbe dal 29 marzo al 30 giugno l’uscita del Regno Unito dall’Ue.

Un dietro front così repentino della politica monetaria della banca centrale americana lascia intendere che l’economia Usa stia andando incontro a una fase di deterioramento. Un recente sondaggio condotto dalla Cnbc ha evidenziato una stima media di crescita del Pil del 2,3 per cento quest’anno (in calo rispetto all’analogo sondaggio di gennaio) e una crescita inferiore al 2 per cento per il 2020, che sarà anche l’anno delle presidenziali americane. 

Ancora più cauta la Fed, che nelle sue nuove proiezioni vede per il 2019 una crescita del 2,1 per cento quest'anno e dell'1,9 il prossimo. Rispetto all’aumento del Pil Usa del 2,9 per cento del 2018 (maggiore crescita degli ultimi 13 anni), la frenata appare dunque abbastanza pronunciata. 

Su questo quadro di incertezza domina l’incognita delle trattative Usa-Cina sui dazi. Al momento sembra che i colloqui stiano procedendo verso un compromesso tra le due maggiori potenze economiche del pianeta ma la possibilità di un nuovo intoppo non è da escludere. Proprio ieri Trump ha dichiarato che «le tariffe resteranno per un certo periodo» gelando le attese di chi pensava che, con la conclusione di un accordo, gli Stati Uniti avrebbero rimosso le tariffe imposte alle importazioni dalla Cina.