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L'Opec taglia ma il greggio non risale

La domanda mondiale resta fiacca, segno di un'economia in rallentamento. Mentre Usa e Canada continuano a estrarre. 

di Redazione |

Probabilmente non c’è una recessione dietro l'angolo, ma i rischi di una frenata economica in agguato sono sempre più evidenti. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’ondata di protezionismo e la Brexit alle porte tingono di incertezza i prossimi mesi. La Fed si prepara a tagliare i tassi già nella riunione di luglio, specie dopo i dati più deboli del previsto sul mercato del lavoro, e anche la Bce è tornata a politiche monetarie più espansive.

Lo scenario di cautela è stato condiviso anche dall’Opec. I maggiori produttori di greggio, che si sono riuniti a inizio luglio, hanno previsto per il 2019 una flessione della domanda di petrolio a livello mondiale e hanno deciso di prolungare per altri nove mesi i tagli alla produzione.

L’Opec+, che include anche i paesi alleati guidati dalla Russia, continuerà dunque a tagliare di 1,2 milioni di barili al giorno la produzione di geggio fino a marzo 2020, con l’obiettivo di stabilizzare il mercato e sostenere i prezzi dell’oro nero fino a quando la domanda non tornerà a salire.

La decisione non era scontata. Il meeting dell’Opec era inizialmente stato fissato per il 25-26 giugno ma è stato spostato all’1-2 luglio in attesa delle novità in arrivo dal summit sui dazi tra Trump e Xi, nell’ambito del G20 di Osaka di fine giugno. L’Opec considera infatti la guerra commerciale tra Usa e Cina come la minaccia più seria alla crescita globale e quindi alla domanda di petrolio e ai prezzi del greggio. Tuttavia, la ripresa delle trattative sancita dai due leader non è stata considerata sufficientemente affidabile per il raggiungimento di un accordo e i produttori di petrolio hanno preferito prolungare i tagli alla produzione.

Per ora, però, sul mercato non si è assistito a un rally della quotazioni. Il Wti segna un prezzo di 57 dollari al barile e il Brent naviga attorno ai 63 dollari al barile, entrambi in flessione rispetto a ieri ma in progresso di qualche dollari rispetto a inizio anno.

Nonostante i tagli alla produzione di greggio, gli esperti di Morgan Stanley hanno perfino abbassato da 65 a 60 dollari al barile le stime di medio periodo sul Brent. Per i prossimi tre trimestri gli esperti della banca americana vedono domanda e offerta in equilibrio e un prezzo medio del greggio attorno ai 65 dollari al barile.

D’altronde i tagli alla produzione di greggio da parte dell'Opec non sono in grado di far aumentare la domanda di petrolio mentre Stati Uniti e Canada, che ormai sono diventati tra i maggiori produttori al mondo, continuano a estrarre e a immettere oro nero sul mercato alimentando l’offerta, sottolineano altri analisti, che giudicano il mercato del greggio rischioso e imprevedibile. 

Opec e Usa stanno di fatto andando in direzioni opposte. L'Opec punta a tenere alti i prezzi del greggio per sostenere l'economia dei sui paesi membri, molte delle quali hanno dipendenza molto stretta dalla vendita di greggio. Al contrario, negli Usa Trump punta all'esatto contrario: la produzione di greggio raggiunge ogni mese livelli record con l'obiettivo di tenere bassi i prezzi e alimentare la crescita economica.