Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Il potere economico

L'oro sui massimi da sei anni

Wall Street tenta il recupero dopo il tonfo di ieri e la Cina stabilizza la sua valuta. Ma l'incertezza resta elevata.

di Redazione |

Dai dazi alle valute. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si inasprisce e segna una nuova tappa. Dopo aver minacciato di aumentare dal primo settembre le tariffe su altri 300 miliardi di dollarir di prodotti importati dalla Cina, Trump ieri ha accusato Pechino di manipolare lo yuan, sceso contro il dollaro al livello più basso degli ultimi dieci anni.

Un'accusa pesante, su cui il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, riferirà prossimamente al Fondo Monetario internazionale. Era da oltre 25 anni anni che la Cina non veniva accusata di manipolare la propria valuta. Il precedente risale al 1994 e all'epoca a formulare l’accusa fu l’amministrazione Clinton.

«Il renminbi si è assestato a 7,04 contro dollaro, con un deprezzamento cumulato dall’avvio della guerra commerciale del 12,3%. In risposta, ieri il Tesoro degli Stati Uniti ha sostenuto che la Cina manipola l’andamento della sua divisa “per ottenere un ingiusto vantaggio competitivo”, pur non essendo in grado di produrre prove in tal senso (anzi, i dati direbbero che le autorità hanno piuttosto frenato il deprezzamento, almeno fino a pochi giorni fa)», commentano gli esperti di Intesa Sanpaolo.

La Cina in effetti ha respinto ogni coinvolgimento. La banca centrale cinese, la Pboc, ha replicato che nessuna manovra è stata messa in atto per deprezzare la moneta, spiegando che la perdita di valore è la conseguenza delle minacce di Trump di nuovi dazi sulle merci cinesi. Il governatore della banca centrale ha anzi assicurato che la Cina non intende procedere con svalutazioni competitive per superare le difficoltà legate al commercio, annunciando che in futuro cercherà di stabilizzare lo yuan, fatto che oggi si è concretizzato. 

La Cina ha però chiesto alle aziende a controllo statale di sospendere le importazioni dagli Usa di beni agricoli, andando a colpire direttamente gli interessi degli agricoltori americani, tra i maggiori sostenitori di Trump, che proprio il prossimo anno dovrà affrontare le urne. 

Lo scenario si sta dunque complicando. Oggi però Wall Street tenta in apertura il rimbalzo dopo il tracollo di ieri, peggiore seduta del 2019 con perdite oltre il 2 per cento che hanno coinvolto anche i Treasury, con la curva dei rendimenti che si è invertita: preoccupante segnale negativo che nell'ultimo mezzo secolo ha preannunciato l'arrivo di una fase recessiva.

Come sempre accade in questi momenti di massima incertezza economica e di forti perdite sui mercati finanziari, gli investitori si rivolgono verso porti sicuri, in particolare sull’oro. Ieri il prezzo del metallo giallo è salito di oltre 24 dollari (+1,7 per cento) toccando 1.465 dollari l’oncia, il livello più elevato dal 9 maggio 2013. Apprezzamenti anche per franco svizzero e yen. 

Sul mercato salgono anche le aspettative di un taglio più consistente, a settembre, da parte della Fed. Dopo aver ridotto di un quarto di punto i tassi a fine luglio, ora balzano dal 2 al 20 per cento le aspettative di un taglio di mezzo punto nella riunione di settembre. Gli analisti restano però preoccupati. Alcuni ritengono che un'escalation delle tensioni e delle ripicche commerciali tra le due maggiori potenze economiche del pianeta difficilmente potrebbero essere controbilanciate da un taglio dei tassi, anche di 50 basis point, da parte di Powell. 

Gli epserti di Nomura sono tra i più pessimisti e mettono in guarda su un possibile tracollo delle borse simile a quello che ha portato al fallimento della Lehman. La caduta di ieri Dow Jones è stata per dimensioni la sesta più grande nella storia di Wall Street mentre l'indice della volatilità, Cboe Volatility Index, detto anche indice della paura, ha raggiunto il livello più alto del 2019. Segnali che non vanno sottovalutati e che potrebbero portare, già a fine agosto o ai primi di settembre, a una brusca correzione sui listini.

Come se non bastasse, il consigliere economico di Trump, Larry Kudlow, ha riferito alla Cnbc che nella disputa commerciale in corso gli Stati Uniti hanno la situazione in pugno e sono in vantaggio in quando l'economia cinese si sta sgretolando e il Pil cinese, che è condizionato da numerosi fattori, sta scendendo a livelli sempre più bassi. E ha aggiunto anche che l'economia americana è forte e potrà reagire a un rallentamento meglio di quella cinese. 

Nel secondo trimestre il Pil di Pechino è cresciuto al ritmo del 6,2 per cento, livello più basso degli ultimi 27 anni. In calo anche la borsa di Shanghai, che dai massimi del 2018 ha ceduto il 15 per cento, contro la perdita del 5 per cento dello S&P500. Entrambi i listini sono però in progresso da inizio anno con progressi rispettivamente del +11 per cento e +14 per cento.