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Il potere economico

Pil fermo anche nel 2020 se aumenta l'Iva

Istat e Confindustria restano pessimiste sull'economia italiana, mentre l'Europa rischia sempre più di fare la fine del Giappone. 

di Redazione |

Istat e Confindustria continuano a vedere nero per l’economia italiana. Nella nota mensile dell’Istituto di statistica, rilasciata oggi, si legge che «l’indicatore anticipatore ha mantenuto un profilo negativo, suggerendo il proseguimento della fase di debolezza dei livelli produttivi».

Le cause sono note: «I dazi imposti dagli USA e le misure compensative attivate dai paesi coinvolti, i fattori geopolitici destabilizzanti e il rallentamento dell’economia cinese, continuano a influenzare negativamente il commercio mondiale», scrivono i tecnici dell’Istat, sottolineando che a luglio l’indice della produzione industriale ha registrato la seconda flessione congiunturale consecutiva.

Tengono, per ora, occupazione e consumi. L’Istat sottolinea infatti che nel primo semestre «i miglioramenti del mercato del lavoro si sono riflessi sull’andamento favorevole del reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici, traducendosi in un aumento del potere d’acquisto e della propensione al risparmio». Tuttavia, prosegue, «l’inflazione al consumo rimane bassa sia nella misura complessiva sia in quella di fondo» e «le indicazioni prospettiche a breve degli operatori economici delineano la prosecuzione dell’attuale fase di moderazione».

Un test importante arriverà in settimana con la diffusione dei dati del commercio al dettaglio (martedì) e di quelli della produzione industriale (giovedì), entrambi riferiti al mese di agosto. Per quest’ultima gli analisti si attendono un rimbalzo dopo la contrazione di giugno e luglio ma non tale da racchiudere la speranza di un'inversione di tendenza.  

L’economia italiana resta infatti «in bilico tra ripresa e recessione», come sottolinea il Centro Studi Confindustria nel rapporto di previsione d’autunno appena diffuso. Le nuove stime degli industriali confermano «la sostanziale stagnazione dell’economia italiana, già delineata nelle previsioni di primavera» e mettono in guardia sul fatto che l’economia «è ancora sulla soglia della crescita zero, rischiando di cadere in recessione a fronte di eventuali nuovi shock, che soprattutto dal fronte estero sono sempre possibili, come mostra l’elevatissimo grado di incertezza oggi presente sui mercati».

Le preoccupazioni degli industriali riguardano soprattutto l’aumento dell’Iva e delle accise per 23,1 miliardi che scatterà da inizio 2020: se il Parlamento non riuscirà a bloccare tale aumento, dopo il 2019 anche il 2020 sarà un anno a crescita zero per la nostra economia. «Se invece l’aumento delle imposte indirette venisse annullato e finanziato interamente a deficit, il PIL crescerebbe dello 0,4 per cento nel 2020, ma il rapporto deficit/PIL – sentenziano gli esperti di Confindustria - sarebbe pericolosamente vicino al 3 per cento, retro-agendo sulla crescita: rimarrebbe al di sotto di questa soglia solo se i risparmi acquisiti dal minor utilizzo di Quota 100 e Reddito di cittadinanza andassero interamente a riduzione strutturale del deficit. Nelle intenzioni del Governo – rappresentate nella nota di aggiornamento al DEF di inizio ottobre – malgrado la sterilizzazione degli aumenti IVA, il deficit sarà al 2,2 per cento del PIL. Spetterà al disegno di legge di bilancio specificare esattamente le coperture».

La situazione italiana è ancora più precaria poiché cade in una fase di debolezza dell’economia europea, contaminata dalla brusca frenata della locomotiva tedesca. Ulteriori segnali negativi dalla Germania sono arrivati oggi dai nuovi ordini nel settore manifatturiero, in calo anche in agosto (-0,6% m/m, -6,7% a/a) dopo la flessione di luglio (-2,1% m/m, -5,0 a/a). Domani usciranno i dati della produzione industriale tedesca e le attese sono per un’ulteriore contrazione. Giovedì sono in uscita i dati della bilancia commerciale e venerdì è in calendario la revisione del rating da parte di S&P. Intanto gli analisti hanno tagliato le stime sul 2019. I 5 principali istituti di ricerca tedeschi hanno abbassato da +0,8 a +0,5 per cento la stima sul Pil dello Germania, allineandosi alle previsioni del governo.  

Per sostenere l’economia europea è interventua anche la Bce, facendo ricorso a un nuovo, consistente, pacchetto di quantitative easing (QE) e riducendo di altri 10 punti base, a -0,5 per cento, il tasso di deposito principale, che scende così al nuovo minimo storico. Una decsione che ha incontrato diverse critiche, specie dal mondo bancario, in quanto i tassi negativi penalizzano gli istituti di credito che a lungo andare non hanno convenienza a concedere prestiti a imprese e privati, bloccando così l'economia.  

C’è chi vede nella politica della Bce di tassi negativi un grosso pericolo per l’Europa, quello di fare la stessa fine del Giappone, rimasto bloccato per 25 anni in una situazione di bassa crescita e bassa inflazione. A dirlo oggi in un’intervista alla Cnbc è Stephen Schwarzman, il numero uno di Blackstone, uno dei più grandi fondi di investimento al mondo. L'unica possibilità per evitare la stessa fine, secondo Schwarzman, è convincere i governi, specie quello tedesco, a mettere in atto gli stimoli fiscali necessari per far ripartire l’economia.