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Le incognite dei consumi Usa

Sono il pilastro dell'economia. A settembre sono inaspettatamente diminuiti. Forse a fine mese un nuovo taglio da parte della Fed. 

di Redazione |

A poche settimane dal Thanksgiving day (giovedì 28 novembre), che - come da tradizione - inaugura l’avvio della stagione dello shopping natalizio, molti iniziano a domandarsi se i consumatori americani avranno nei prossimi mesi le spalle così larghe da poter continuare a trainare l’economia Usa e, di conseguenza, quella mondiale. Una domanda che scatta sempre non appena la recessione torna a fare capolino.

In quest'ottica, ha destato non poche preoccupazioni il dato di settembre sulle vendite al dettaglio. Il dipartimento del commercio Usa ha infatti annunciato che i consumi hanno segnato un calo dello 0,3 per cento rispetto al mese precedente: si tratta della prima e maggiore flessione dallo scorso febbraio. Nello scorso mese gli americani hanno acquistato meno auto, meno materiale per costruzioni e hanno persino ridotto gli acquisti online.

Un dato che ha trovato impreparati gli economisti. Quelli interpellati da Reuters avevano infatti pronosticato per il mese di settembre un progresso delle vendite al dettaglio dello 0,3 per cento. Una previsione completamente disattesa. E’ pur vero che rispetto a settembre 2018, le vendite al dettaglio sono salite del 4,1 per cento. Ed è altrettanto significativo che sia stata corretta al rialzo, da +0,4 a +0,6 per cento, la variazione mensile del mese di agosto.

Il dato di settembre fa però scattare un allarme. C’è il timore che il rallentamento del settore manifatturiero possa essersi trasferito sulla spesa per consumi, un problema enorme considerando che le vendite al dettaglio sono il pilastro dell’economia americana e sono all'origine di circa il 75 per cento del Pil Usa. Ecco perchè i prossimi dati sono da monitorare con estrema attenzione, in particolare quelli sulla fiducia dei consumatori. 

Dati deludenti sul mercato del lavoro o notizie negative dal fronte della guerra commerciale Usa-Cina potrebbero infatti innervosire i consumatori e renderli più cauti. Finora sono stati avvantaggiati da un tasso di disoccupazione sui minimi degli ultimi 50 anni e da salari in continua crescita. Dopo la Grande recessione del 2008-2009 hanno anche ridotto il livello di indebitamento.

Ci sono però segnali di preoccupazione che non possono essere isgnorati. Le vendite di nuove auto sono in calo anche quest'anno, sui minimi dal 2009. I prezzi degli appartamenti a Manhattan stanno scendendo e non è dato sapere la reazione dei consumatori di fronte a giocattoli o prodotti di elettronica più cari come conseguenze della guerra dei dazi innescata da Trump.

Davanti a un'economia incerta, molti ormai ritengono che la Fed possa abbassare di nuovo i tassi nella prossima riunione di fine ottobre (fissata nei giorni 29 e 30), anziché aspettare quella di dicembre. Già lo scorso settembre Powell aveva deciso di abbandonare la politica monetaria di progressiva normalizzazione dei tassi operando il primo taglio del costo del denaro dal 2008. 

L'obiettivo è ravvivare l’economia ma anche evitare contraccolpi sui mercati finanziari. Le borse infatti non hanno ancora scontato una frenata più brusca del previsto del Pil americano e, nonostante una stagione non spumeggiante degli utili aziendali, restano su livelli elevati. Lo S&P 500 mantiene un progresso di circa il 20 per cento da inizio anno e viaggia su valori (2.995 punti) assai vicini ai massimi storici di 3027 punti segnati a fine dello scorso luglio.

Le previsioni indicano comunque un rallentamento in vista per l'economia Usa. Per il terzo trimestre la Fed di Atlanta prevede una crescita annualizzata del Pil dell’1,7 per cento, contro il +2 per cento del secondo trimestre e il +3,1 per cento del primo trimestre. La prima stima del Pil Usa sarà diffusa proprio a fine mese, negli stessi giorni in cui si riunisce l’Open Market Committee della Fed.