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Dopo l'ottimo 2019, un 2020 volatile

Spinte in alto l'anno scorso dalle politiche espansive delle banche centrali, le borse ora guardano a presidenziali Usa e tensioni in Medio Oriente.

di Giordano Beani* |

Un’ottima annata

Prendiamo a prestito il titolo del film del 2006 di Ridley Scott con protagonista Russell Crowe non per commentare la vendemmia 2019 in Provenza, ma per descrivere l’andamento dei mercati finanziari in un anno che pochi si sarebbero aspettati così generoso.

Infatti, a dispetto della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che ha tenuto in scacco i mercati e le economie per tutto l’anno scorso, con i conseguenti timori di una caduta in recessione delle economie occidentali, i risultati in particolar modo dei mercati azionari sono stati eccezionali, più che compensando il deludente 2018.

Gli Stati Uniti hanno sfiorato il 29% di rialzo dell’Indice S&P 500, con il settore tecnologico a trainare la marcia, come mostra il rialzo di ben il 35% dell’indice Nasdaq Composite. L’Europa, che oltre alle problematiche citate, ha dovuto affrontare anche l’incertezza legata al cammino della Brexit, è riuscita a chiudere con un più che solido +23% dell’indice Stoxx 600, con l’Area Euro in rialzo di quasi il 25% (indice Eurostoxx 50).

Ancor più sorprendente il mercato azionario italiano, che con un cambiamento di governo inatteso durante la stagione balneare e le incertezze relative alla legge di bilancio, è riuscito a chiudere l’anno a +28%, grazie anche alla spinta finale delle modifiche alla normativa sui PIR, che hanno fornito nuova linfa al comparto delle medie e piccole capitalizzazioni, penalizzato nella prima parte dell’anno.

Anche i Mercati Emergenti hanno dato il loro contributo positivo, con la Cina, bersaglio delle misure tariffarie imposte dagli Stati Uniti, che ha chiuso con uno spumeggiante +36% (indice CSI 300), il Brasile che registra un rialzo del 31% dell’indice Bovespa, la Russia in rialzo del 28% ed un rublo in netto rafforzamento, mentre l’India si deve “accontentare” di un +14% dell’indice Sensex. Nel complesso l’indice MSCi Emerging in dollari è salito del 15,4%. Bene, infine, anche il Giappone con un rialzo del 18% dell’indice Nikkei 225.

Alle performance stellari dei mercati azionari hanno comunque risposto bene anche tutti i comparti dei mercati obbligazionari, dai governativi cosiddetti “core”, Germania e Stati Uniti in primis, ai periferici della Zona Euro, ai comparti delle obbligazioni corporate per tutti i meriti di credito, dagli “investment grade” (i titoli di qualità) agli “high yield” (i titoli ad alto rendimento), per finire con le obbligazioni dei Paesi Emergenti con performance che variano tra il +7% dei titoli investment grade dell’Eurozona ed il +18% dei titoli corporate statunitensi.

Tali performance estremamente positive sono da ascrivere principalmente al mutato atteggiamento delle principali Banche Centrali, con in testa la Federal Reserve e la BCE, ma anche di pressoché tutte le Banche Centrali dei Paesi Emergenti, che da un atteggiamento restrittivo o neutrale nel 2018 hanno invertito tempestivamente la rotta nel 2019, con ribassi generalizzati dei tassi ufficiali e interventi di tipo non convenzionale, come ad esempio la ripresa dell’allentamento quantitativo da parte della Banca Centrale Europea preannunciato a luglio ed implementato a partire da novembre. Positive anche le principali materie prime, con l’oro a 18% ed il petrolio a +22%. Infine, per un investitore basato in Euro, le performance dei mercati finanziari sono state ulteriormente migliorate dal contributo delle divise internazionali, che si sono generalmente apprezzate in corso d’anno nei confronti dell’Euro, dal dollaro Usa (+3% circa) alla Sterlina inglese, che grazie allo sprint finale nel periodo precedente e successivo alle elezioni del 12 dicembre, si è apprezzata del 7%.

In conclusione, sotto tutti gli aspetti è stata proprio “un’ottima annata” per i mercati finanziari, ma cosa ci aspetta nel nuovo anno? Di sicuro un aumento della volatilità, come testimoniano le primissime sedute del 2020, con una partenza in tono positivo, tarpata però venerdì scorso dalla “escalation” delle tensioni militari nell’Area del Golfo Persico in seguito all’uccisione a Bagdad da parte delle forze militari statunitensi del Generale iraniano Soleimani, leader dei Qods, l’unità delle Guardie Rivoluzionarie responsabile della diffusione dell’ideologia kohmeinista al di fuori dell’Iran, considerato il personaggio più importante dell’Iran dopo l’ayatollah Ali Khamenei.

Oltre a ciò, sarà fondamentale seguire l’evoluzione dei rapporti commerciali sino-americani, dato che se, come appare, si arriverà alla sigla dell’accordo definito di prima fase, i mercati cercheranno subito di capire se alla prima potrà seguire una seconda fase, e in che cosa questa possa consistere.

Infine, è l’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. La volatilità non mancherà in relazione a come si svolgeranno le primarie democratiche durante l’anno via via che si chiarirà chi sarà l’oppositore di Donald Trump in novembre. Un candidato democratico considerato troppo “radicale” dai mercati non sarà gradito, mentre una riconferma di Trump, con tutte le sue “peculiarità”, ci sia consentito l’eufemismo, sarà comunque letto in modo positivo dai mercati, in particolare quello statunitense, ma ciò potrebbe non bastare se dovessero riaffiorare i timori, per ora sopiti, dell’avvicinarsi della fine del ciclo economico espansivo più lungo del secondo dopoguerra.

*Head of Multi-Asset Fund Solutions Italy di Amundi SGR