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Il potere economico

Germania in panne

Crolla la produzione industriale a dicembre. Verso un 2020 in frenata. 

di Redazione |

La locomotiva tedesca è in panne. A dicembre la produzione industriale è crollata del 3,5 per cento rispetto a novembre, quando era salita dell’1,2 per cento. Si tratta del calo più pronunciato su base congiunturale da oltre 10 anni. Per trovare una flessione peggiore bisogna tornare al gennaio 2008, all'inizio della Grande Crisi. 

“A guidare la flessione – dicono gli analisti di Intesa Sanpaolo – le costruzioni (-8,7% m/m), mentre l’energia ha visto un rialzo (+2%). La produzione manifatturiera si è contratta di -2,9%, affossata soprattutto dai beni capitali (-3,5% m/m)”.

Nessun analista aveva previsto un disastro di simili proporzioni. Rispetto a dicembre 2018, la flessione della produzione raddoppia a -6,8 per cento. Con riferimento all’ultimo trimestre, aggiungono gli stessi analisti, “la produzione industriale è calata ancor più che nei tre mesi precedenti, di -1,6% t/t, aggiungendo rischi verso il basso al dato sul PIL atteso la settimana prossima”.

Il problema è più grave del previsto. Si tratta del quinto calo della produzione negli ultimi sette mesi, a conclusione di un anno che vede l’industria tedesca in contrazione di circa il 7 per cento rispetto al 2018. L’export ha smesso di essere il pilastro portante della crescita tedesca: a dicembre le esportazioni hanno segnato solo un frazionale aumento dello 0,1 per cento rispetto al mese precedente.

All’orizzonte non si vedono schiarite. Gli ordini all’industria sono scesi del 2,1 per cento a dicembre (rispetto al mese precedente), oltre il triplo rispetto al calo dello 0,6 per cento atteso dal mercato. Il Coronavirus e le minacce di dazi da parte degli Stati Uniti alle merci europee, insieme alle tensioni geopolitiche e alla Brexit fanno temere una frenata del commercio mondiale nei prossimi mesi. 

Secondo i dati finora a disposizione, il Pil tedesco l’anno scorso è cresciuto a un tasso dello 0,6 per cento, il più basso dal 2013. Le stime dell’Ocse per il 2020 indicano un livello ancora più basso, con una crescita dello 0,4 per cento prima del ritorno verso l’1 per cento (+0,9 per cento) atteso nel 2021.

Per il governo di Angela Merkel è dunque tempo di decisioni importanti. La rigidità sui parametri finanziari non si sta rivelando una buona strategia. Non in questo momento. Il Paese deve iniziare a spendere e a fare più investimenti se vuole rivitalizzare la propria economia, così come raccomandano da tempo tutte le maggiori istituzioni finanziarie internazionali. Finora il paese si è invece rifiutato categoricamente di usare la leva dell’indebitamento per aumentare le spese in infrastrutture, ipotesi che ha respinto anche davanti ai tassi negativi messi sul piatto dalla Bce.

Un atteggiamento che forse la Germania potrebbe rivedere. Come ha ricordato ieri nell’audizione al Parlamento Europeo la presidente Lagarde, “il contesto di bassi tassi di interesse e di bassa inflazione hanno notevolmente ridotto la possibilità per la BCE e le altre banche centrali di tutto il mondo di allentare la politica monetaria di fronte a una recessione economica”. Nel caso, dunque, in cui lo slancio economico dovesse affievolirsi, Lagarde reputa indispensabile il ruolo delle politiche “strutturali e di bilancio” dei singoli Paesi in soccorso della produttività e della crescita. E la Germania è chiamata a fare la sua parte.