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Il potere economico

Un futuro rischioso per l'Italia

L'aumento di deficit e debito diventa insostenibile senza un'accelerazione della crescita. 

di REF. |

Fuori dal lockdown, un futuro molto rischioso

L’economia italiana sta affrontando la crisi economica più grave dai tempi della seconda guerra mondiale. Le caratteristiche dello shock che ha cagionato questa crisi sono molto diverse rispetto a qualsiasi precedente nella storia economica recente. Anche per questo non vi è ancora un consenso sulla lettura degli andamenti in corso, e sulle prospettive dei prossimi mesi.

Nelle settimane del lockdown la contrazione dell’attività produttiva è stata di entità eccezionale. In tutti i paesi che hanno dovuto adottare questo tipo di restrizioni l’attività economica ha mostrato contrazioni nettamente superiori a quelle osservate in tutti i precedenti storici, compresa la crisi del 2008. Questo induce a ritenere che il tipo di shock cui è stata sottoposta l’economia mondiale sia di entità superiore alle crisi del passato.

D’altra parte, è anche vero che la fase delle misure più restrittive è durata soltanto poche settimane, e ha fatto posto sin dai primi di maggio a un graduale allentamento. In molti comparti vi sono segnali di una rapida normalizzazione dell’attività economica, e questo ci spinge a quantificare per quest’anno una contrazione del Pil italiano del 9.2 per cento, meno pronunciata rispetto alle stime indicate nei giorni scorsi negli scenari dei maggiori organismi internazionali, e più vicina alle indicazioni delle istituzioni italiane.

La ripresa iniziata da maggio resta comunque insufficiente a compensare interamente la caduta del periodo del lockdown. Pesano ancora le restrizioni parziali, che stanno spingendo molte aziende a protrarre l’attività in smart working o con forti limitazioni; per molti settori invece i livelli della domanda non si sono ancora ripresi. Il rischio è che, una volta terminato l’effetto delle restrizioni all’attività economica, si producano pesanti effetti di second round legati alle perdite subite da lavoratori e imprese nel periodo delle chiusure.

Allo scopo di limitare la portata di questi effetti, in molti paesi sono state adottate politiche economiche di segno fortemente espansivo. Da un lato attraverso misure di protezione dei lavoratori che hanno interrotto l’attività, dall’altro attraverso interventi finalizzati a soddisfare i fabbisogni di liquidità delle imprese, anche attraverso garanzie pubbliche ai prestiti bancari. Queste misure, sovrapponendosi all’impatto della recessione sui bilanci pubblici, stanno portando a aumenti eccezionali dei deficit e dei debiti pubblici.

Per evitare che i Governi si ritrovino nell’impossibilità di finanziare l’aumento del debito, tutte le principali banche centrali stanno acquistando titoli di Stato, oltre a varare interventi per favorire il credito al settore privato. Naturalmente l’economia italiana è particolarmente esposta ai rischi legati all’accumulo di debito pubblico, tanto in virtù della dimensione del nostro debito che dei problemi di sostenibilità che derivano dalla bassa crescita negli ultimi venti anni. Un debito di queste dimensioni diviene difficile da sostenere se non accompagnato da un rafforzamento della crescita.

Non sarà semplice superare la crisi e innescare una fase di accelerazione dell’economia. Come tutte le recessioni più pesanti, anche quella in corso si caratterizzerà per una trasformazione significativa della struttura produttiva. Molti settori vedranno un ridimensionamento, ma in altri si creeranno nuove opportunità. I driver del cambiamento saranno di natura psicologica, tecnologica e di carattere normativo.

Dal punto di vista psicologico, è possibile che la crisi abbia strascichi sulla percezione del rischio da parte dei consumatori, inducendo comportamenti di spesa prudenziali, con effetti negativi sui consumi non necessari. È possibile che il cambiamento delle abitudini porti alcuni gruppi di consumatori a disertare a lungo le occasioni di condivisione degli spazi (spettacoli e eventi sportivi, turismo, trasporto aereo e ferroviario) anche quando l’emergenza sanitaria sarà terminata.

I cambiamenti di tipo tecnologico saranno pervasivi. L’epidemia ha accelerato alcune trasformazione che probabilmente si sarebbero ugualmente affermate nei prossimi anni, spingendo a riorganizzare i processi di produzione, con una crescita dello smart working, dell’offerta di servizi di tipo amministrativo e di education via internet, del commercio elettronico. La capacità di adattamento alle nuove modalità di lavoro rappresenterà un fattore competitivo fondamentale per le imprese e darà via a una fase di selezione anche all’interno degli stessi settori.

Il mutamento delle normative dovrebbe infine spingere ad accelerare altri passaggi ineludibili, come la transizione verso la green economy, con tutto ciò che questo comporta in settori come l’energia e i trasporti. In sostanza, come in tutte le crisi, anche questa sarà segnata da un cambiamento strutturale. Ai posti di lavoro che saranno perduti definitivamente in alcuni settori, si accosteranno altre opportunità in nuovi ambiti. In questi casi non vi è però coincidenza fra le caratteristiche professionali di quanti saranno espulsi dagli impieghi attuali e quelle di coloro che occuperanno le nuove posizioni.

Capacità di adattamento e di accumulazione di nuove competenze, e politiche volte a massimizzare le opportunità di crescita nei nuovi settori emergenti sono le basi da cui si può provare a avviare una fase di ripresa. È una sfida complessa, che ci vede partire da posizioni di svantaggio rispetto alle altre maggiori economie. I ritardi accumulati negli ultimi venti anni in molti ambiti sono ampi.

Se le politiche non sapranno costruire una svolta credibile per il paese, anche i comportamenti delle famiglie resteranno orientati da una valutazione pessimista delle prospettive. Questo avrà a sua volta riflessi sul quadro politico interno, destinato a restare fortemente instabile, un ulteriore ostacolo alla costruzione di risposte di politica economica adeguate rispetto ai gravi problemi che dovremo affrontare nei prossimi anni.

In un contesto che non saprà costruire una politica economica credibile, la risposta degli attori economici non può che replicare gli andamenti che già da alcuni anni hanno iniziato a prendere piede, accentuandoli: da un lato il sistema produttivo cercherà di tenere le posizioni attraverso politiche di contenimento dei costi, innanzitutto protraendo la fase di stagnazione salariale in corso da diversi anni; e, d’altra parte, in un contesto economico che ha sempre meno da offrire, non potranno che aumentare gli incentivi per i più giovani a cercare opportunità all’estero, in particolar modo per quelli più qualificati. I circoli viziosi del brain drain, con il conseguente indebolimento del capitale umano del paese non potranno che aggravarsi e limitare ulteriormente le chances di sviluppo della nostra economia.