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Il potere economico

Davvero il dollaro è al tramonto?

Potrebbe indebolirsi nei prossimi mesi. Ma la sua supremazia non è per ora in pericolo.

di REDAZIONE |

La settimana è iniziata con un inatteso scossone sul mercato dei cambi. Il dollaro ha toccato il livello più basso degli ultimi due anni fino a sfondare la quota psicologica di 1,20 per un euro. Si tratta di un valore importante, superato il quale sono infatti immediatamene scattate prese di beneficio che hanno riportato il rapporto sotto tale livello. Secondo gli analisti, però, il trend di debolezza del dollaro è destinato a proseguire e non ci sarebbe nulla di sorprendente nel vedere nei prossimi mesi l’euro a 1,25 contro il biglietto verde, un target ambizioso per la valuta unica.

E’ vero che in questa fase di congiuntura post Covid fortemente negativa un euro più forte rischia di rallentare l’export e rendere meno competitive le aziende del Vecchio Continente. Tuttavia, poiché gran parte degli acquisti sui mercati internazionali avviene in dollari, la caduta del biglietto verde rappresenta un indubbio vantaggio, forse perfino in grado di bilanciare i possibili effetti negativi sulle esportazioni. Ne deve essere convinta anche la Bce, che non ha per ora espresso particolari preoccupazioni per l'apprezzamento della valuta unica.

Le vendite sul dollaro sono iniziate la scorsa settimana, in concomitanza con l'annuncio della nuova strategia di lungo periodo della Fed. Nel discorso dello scorso 27 agosto, Jerome Powell ha infatti spiegato che in futuro la Federal Reserve intende concentrarsi maggiormente sulla crescita dell’occupazione piuttosto che su quella dell’inflazione, lasciando che quest’ultima salga anche oltre la soglia del 2 per cento.

Il mercato ha dunque iniziato a scommettere su tassi Usa fermi ancora a lungo sui bassi livelli attuali, una prospettiva che rende meno interessante in termini di rendimento l’acquisto di titoli denominati in dollari. Sono così iniziate le vendite sul biglietto verde che martedì scorso hanno portato l’euro a infrangere la soglia psicologica di 1,20 contro dollaro arrivando a 1,2011, sui massimi dal maggio 2018, per poi ridiscendere a 1,1905 sulla scia di prese di beneficio e ridimensionandosi ulteriormente a 1,1825 nella giornata di mercoledì.  

Alcuni analisti fanno notare che dietro le vendite sul dollaro potrebbe esserci anche la maggiore fragilità economica a cui sono esposti in questo momento gli Stati Uniti rispetto all’Europa. L’eurozona ha dimostrato di saper affrontare meglio la pandemia mentre negli Usa la curva dei contagi non ha mai smesso di crescere. Anche il quadro politico sembra più calmo nella zona dell'euro: a parte la Brexit che dovrà essere definita entro fine anno, l’emergenza epidemiologica ha determinato una certa coesione tra gli stati membri nel mettere in campo importanti aiuti economici. Gli Usa, al contrario, vivono una fase assai delicata in vista delle elezioni politiche di novembre, con i sondaggi che danno per ora in vantaggio il democratico Biden anche se il passato insegna che non c'è nulla di scontato. Anche sul piano internazionale gli Usa sembrano in difficoltà di fronte a una Cina che incalza e inizia a far pesare la propria supremazia tecnologica in settori strategici come l’intelligenza artificiale e il 5G.  

Anche se destinato a indebolirsi nei prossimi mesi, il dollaro continuerà ancora a lungo a far valere il suo status di valuta di riserva internazionale. L’euro e lo yuan cinese stanno guadagnando terreno ma la supremazia del biglietto verde è destinata a durare per molto ancora e non sarà per nulla facile scalfire il suo ruolo di valuta rifugio, assicurano gli economisti.